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Arezzo, Pier Luigi Rossi e la Chimera: "Cultura, non solo turismo e campanili"

La Chimera La Chimera

Forgiata con il bronzo dei Monti Rognosi, patrimonio della città "ma non ne facciamo una guerra di campanili". Pier Luigi Rossi, primo rettore di Fraternita saluta il ritorno della Chimera. "Simbolo - sottolinea - dell'appartenenza alla nostra aretinità. La Chimera venne fusa ad Arezzo 2500 anni fa, quando Firenze non esisteva ancora". In questo momento storico "ringrazio il sindaco Ghinelli per aver ottenuto questo ritorno della Chimera, c'è bisogno anche di ritrovare la nostre radici e una sorta di carta d'identità". La Chimera è tutto questo. Basti solo pensare che in città numerose aziende orafe, società sportive e anche gli stessi riconoscimenti che vengono dati, si identificano con il nome Chimera e con la statua col muso di leone, il corpo di capra, la coda di drago che venne ritrovata durante i lavori nell'attuale Porta San Lorentino. Ma siamo sicuri che in tanti conoscono la storia di questo bronzo che all'inizio venne scambiato per un leone? Pierluigi Rossi invita: "A riscoprire proprio il mito della Chimera e che cosa essa rappresentava. Il mito tra la vita, rappresentato dalla Minerva (Dea della vita, della ragione) e non a caso rinvenuta anche questa ad Arezzo e la morte che era rappresentato appunto dalla Chimera". Il bronzo, attualmente conservato, dal 1870 nel Palazzo della Crocetta, sede del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, insieme alla Minerva, tornerà in città a ottobre per la grande mostra dedicata a Giorgio Vasari contemporaneo del ritrovamento della Chimera avvenuto nel 1553. "Dobbiamo rivendicare la nostra cultura e raccontare ciò che è la nostra memoria e la nostra identità rappresentate da uno dei simboli della nostra città", prosegue Pierluigi Rossi. "Ma attenzione non trasformiamo il ritorno della Chimera in una guerra tra campanili. Una sfida con Firenze". Perché, diciamolo, verrebbe da dire ce la riprendiamo noi e a Firenze non ci torna. "Sarebbe sbagliato metterla su questo piano. Occorre piuttosto chiedere ed è compito delle istituzioni farlo, un deposito temporaneo permanente che oltre alla Chimera, faccia riavere anche la Minerva". Invece entrambe, tornano a casa solo con il contagocce. Basti pensare che la Chimera sono oltre trent'anni che non rimette piede nella sua vera patria. Fu il Granduca Cosimo I de' Medici che chiese che la scultura ed i bronzi rinvenuti in quel 15 novembre 1553 da alcuni operai che stavano costruendo le fortificazioni vicino a Porta San Lorentino, venissero portati a Firenze, a Palazzo Vecchio. Lì la Chimera rimase fino al 1718, dopodiché fu trasferita nella Galleria degli Uffizi. La Minerva che venne scoperta nel 1541 sempre ad Arezzo e anche questa custodita al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, tornò a casa nel giugno del 2017 in occasione della mostra, organizzata dalla Fraternita dei Laici in collaborazione con il Comune di Arezzo, Minervae Signum. Tesori di Arezzo. E, come detto, a ottobre toccherà alla Chimera che probabilmente sarà sistemata a Sant'Ignazio. "Deve essere - dice ancora Pierluigi Rossi - un'operazione non solo turistica, ma sopratutto culturale. Dobbiamo riscoprire e riportare il mito in casa nostra dove la Chimera è il nostro simbolo. Un simbolo di tutta la città, ma anche della provincia, visto che il bronzo il rame venne ricavato dai Monti Rognosi, la riserva naturale che si trova nel comune di Anghiari". Cresce dunque l'attesa, mentre il primo rettore della Fraternita insiste nel dire: "Chiediamo il deposito temporaneo prolungato affinché la Chimera, ma anche la Minerva, simboli della civiltà etrusca- aretina, restino in città e non debbano, di nuovo fare le valigie". Per rivederle poi chissà quando.