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Il caso

Verità per Giulio Regeni: dieci anni dopo Un giorno in pretura ricostruisce una storia di torture, depistaggi e ostinata ricerca della verità

Lo speciale su Rai 3 racconta una delle pagine più buie della diplomazia italiana. La determinazione di una famiglia contro la ragion di Stato

Julie Mary Marini

30 Gennaio 2026, 14:22

Verità per Giulio Regeni: dieci anni dopo Un giorno in pretura ricostruisce una storia di torture, depistaggi e ostinata ricerca della verità

Giulio Regeni fu ucciso a 28 anni

Dieci anni possono sembrare un tempo lungo, sufficiente a sedimentare i ricordi e ad attenuare le ferite. Nel caso di Giulio Regeni non è stato così. A distanza di un decennio dal rapimento e dall’uccisione del giovane ricercatore friulano, la sua storia continua a interrogare la coscienza civile del Paese, a segnare i rapporti tra Italia ed Egitto, a misurare il confine fragile tra verità giudiziaria e ragion di Stato. Giulio Regeni, dottorando dell’Università di Cambridge, fu rapito al Cairo il 25 gennaio 2016, nel giorno simbolo dell’anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Scomparve nel nulla per una settimana. Il 3 febbraio il suo corpo venne ritrovato in un fosso alla periferia della capitale egiziana, martoriato da segni evidenti di torture prolungate. Un’esecuzione brutale, che fin dall’inizio ha parlato il linguaggio dei servizi di sicurezza e non quello della criminalità comune.

Il giorno dei funerali di Giulio Regeni

A dieci anni da quei giorni, Rai 3 dedica alla sua vicenda lo speciale Verità per Giulio Regeni, firmato da Daniele Ongaro per Un giorno in Pretura, con la cura di Roberta Petrelluzzi, Tommi Liberti e Antonella Nafra. L’appuntamento è per stasera in tv, venerdì 30 gennaio alle 21.25, in prima serata. Un racconto che non si limita alla cronaca nera, ma ripercorre le tappe di un percorso giudiziario lungo, accidentato e segnato da ostacoli politici costanti. Il processo che si celebra davanti alla Corte d’Assise di Roma è il risultato di una salita che sembrava, a più riprese, impossibile. La collaborazione del governo egiziano è stata pressoché inesistente.

Paola Regeni, mamma di Giulio

Al suo posto, una sequenza di depistaggi, versioni contraddittorie, silenzi istituzionali e coperture che hanno reso evidente la volontà di non arrivare a una verità condivisa. Un muro dietro il quale si è spesso invocata la stabilità geopolitica e l’interesse nazionale. A rompere quel muro non sono state le cancellerie, ma la determinazione ostinata della famiglia Regeni e una mobilitazione civile che non ha mai accettato l’archiviazione morale del caso. Grazie al lavoro della Procura di Roma, quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani sono stati rinviati a giudizio: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Helmi Usham e il maggiore Magdi Ibrahim Sharif. Tutti imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio. Tutti ancora irraggiungibili.

Il padre di Giulio Regeni, Claudio

Un processo in assenza, che rappresenta comunque un precedente politico e giuridico rilevante. Per la magistratura italiana, oggi, il quadro probatorio è solido e sufficiente a sostenere l’accusa fino alla condanna. Un punto fermo, dopo anni in cui l’idea stessa di un’aula di tribunale sembrava un traguardo irrealistico. Lo speciale di Un giorno in Pretura ricostruisce questo decennio senza scorciatoie emotive, restituendo il senso di una battaglia che non è solo giudiziaria, ma profondamente democratica.

In questi 10 anni sono state numerose le manifestazioni per chiedere la verità

Perché il caso Regeni non riguarda soltanto un giovane ricercatore italiano ucciso all’estero, ma il diritto di uno Stato di chiedere verità per un proprio cittadino, e il dovere di non voltarsi dall’altra parte quando quella verità diventa scomoda. Dieci anni dopo, Giulio Regeni non è solo un nome inciso nella memoria collettiva. È una domanda ancora aperta. E finché quella domanda resterà senza risposta, il tempo che passa non potrà mai essere una soluzione.

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