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Mio padre che ha fatto politica sul serio - io al suo cospetto sono stato e rimango un dilettante - usava dirmi: nei dibattiti, così come nelle grandi scelte, dove si scontrano addirittura le ideologie, fondamentale è vincere la battaglia delle parole. E aveva ragione. E ha ragione il ministro Giuseppe Valditara e bene ha fatto Sergio Casagrande a sottolinearlo nell’editoriale di prima pagina di lunedì. Non si può oggi continuare a fare distinzioni semantiche tra gli “istituti” e i licei.
Nel mondo della liquidità, delle certezze mai complete, delle sensazioni più che delle parole, in cui la velocità del cambiamento conta più del punto di arrivo, il metodo aristotelico conta quanto una buona ricerca dati che contiene già la soluzione, non per via analitica, ma numerica.
Non ha dunque più motivo di esistere questa distinzione aristocratica tra i licei e l’“altro”. Lo scrive uno che ha fatto orgogliosamente “il classico” e che ai propri studi classici deve, da ingegnere, buona parte del suo successo. Ma a patto che questa nuova scelta sul nome sia il punto di partenza per una riforma seria degli studi superiori.
La battaglia delle parole è solo la premessa, importante quanto si vuole, ma resta sterile esercizio dialettico se poi, una volta vinta, non si traduce in un vero cambiamento delle cose.
Giusto per commento: mio padre ha fatto il classico, mia madre ha fatto il classico, io anche, mio figlio pure. Non ho, ancora, nipoti … forse in ogni caso faranno il liceo. Mi auguro il Nuovo Liceo.
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