Arezzo
Il giudice Michele Nisticò
La sottosezione dell'Anm (associazione nazionale magistrati) presieduta dal giudice Michele Nisticò (foto) offre oggi agli aretini l'occasione per conoscere il tema della riforma della giustizia con voci qualificate. Al Circolo Artistico in Corso Italia 108, alle 16, incontro pubblico “Dialoghi sulla riforma della magistratura”. Intervengono Roberto Romboli, professore, componente del CSM (Consiglio superiore della magistratura), Eriberto Rosso (avvocato, già segretario dell'Unione delle camere penali), Rocco Maruotti (magistrato, segretario dell'Anm), modera Giulia Merlo, giornalista della testata Domani. Un prezioso momento di presa di coscienza e approfondimento, in vista del referendum del 22 e 23 marzo, per il quale anche ad Arezzo sono attivi il comitato del sì e il comitato del no.
Poniamo alcune domande al giudice Michele Nisticò.
- Referendum costituzionale, secondo lei c'è tra i cittadini la percezione del valore che la riforma può avere sul funzionamento della giustizia?
Credo che i cittadini abbiano non solo il diritto, ma anche la comprensibile aspirazione, di comprendere meglio i tratti salienti della riforma costituzionale. Il concreto funzionamento della giustizia ha, del resto, un impatto significativo sulla vita di tutti e non penso affatto che ai cittadini la questione non interessi. Ritengo, invece, che il desiderio di informarsi vi sia e meriti di essere adeguatamente soddisfatto.
- In che modo la sottosezione dell'Anm intende favorire un confronto informato e non ideologico tra magistrati, avvocati, operatori del diritto e cittadini, in vista del voto?
Penso che il diritto di voto debba essere sempre esercitato in modo consapevole e che incontri come quello di oggi possano aiutare a raggiungere questo scopo. La riforma costituzionale approvata dal Parlamento tocca temi che, almeno in parte, possono apparire “tecnici” o di dettaglio, a fronte dei quali certamente può nascere l'esigenza di semplificare; l'importante, però, è non banalizzare.
Penso, ad esempio, al tema del sorteggio dei componenti togati del CSM, sul quale spesso si afferma che non vi sarebbe ragione per ritenere un qualsiasi magistrato inidoneo a svolgere anche le funzioni di componente del Consiglio. Nel tentativo, però, di semplificare, si dimentica che il Consiglio Superiore della Magistratura non è un giudice e non svolge funzioni giurisdizionali.
- Quali effetti concreti, positivi o negativi, può generare la riforma (se confermata dal referendum) sul funzionamento della giustizia in generale e nel territorio in termini di carriere, autonomia, rapporti tra giudicanti e requirenti e gestione dei Consigli giudiziari?
La riforma costituzionale riguarda essenzialmente il Consiglio Superiore della Magistratura, cioè l'organo costituzionale la cui ragion d'essere è appunto quella di tutelare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Si tratta di principi fondamentali dello Stato di diritto, a cui nessuno intende rinunciare. Perché possano, però, essere effettivamente garantiti, non basta che essi siano testualmente enunciati, ma occorre anche che siano effettivamente assicurati. Un CSM più debole, i cui componenti togati siano sorteggiati e dunque scelti anche tra coloro che non hanno alcuna specifica attitudine alle funzioni di alta amministrazione del Consiglio, comporta il serio rischio che autonomia ed indipendenza della magistratura siano formalmente garantite, ma non anche concretamente salvaguardate. Un rischio forse trascurabile per gli appartenenti all'ordine giudiziario, ma notevole per gli utenti della giustizia.
- Come inciderà la separazione delle carriere e la riforma del CSM sulla vita quotidiana dei magistrati che operano in un tribunale di dimensioni medio‑piccole come quello di Arezzo?
Se sarà definitivamente approvata, la riforma inciderà sull'amministrazione della giustizia tanto nelle grandi sedi come in quelle di dimensioni medio-piccole; le garanzie di indipendenza ed autonomia dei magistrati sono, infatti, identiche per tutti gli appartenenti all'ordine giudiziario.
- Come si può spiegare ai cittadini che l'indipendenza della magistratura non è un privilegio, ma un pilastro della democrazia, e che il referendum riguarda proprio questo equilibrio costituzionale?
L'indipendenza dei magistrati è anzitutto un diritto degli utenti della giustizia. Credo che ciascuno debba pensare al magistrato che vorrebbe trovarsi di fronte in un'aula civile o penale. Tutti preferirebbero un magistrato la cui indipendenza sia molto ben garantita, soggetto soltanto alla legge e libero da qualsiasi ulteriore condizionamento. Il Consiglio Superiore della Magistratura è stato pensato dai Costituenti proprio per assicurare il raggiungimento di questo obiettivo, per la migliore garanzia dei diritti non dei magistrati, ma dei consociati.
- Qual è il messaggio che la sottosezione di Arezzo vuole trasmettere ai cittadini della provincia in vista del referendum, soprattutto a chi non ha contatti diretti con la giustizia ma ne subisce gli effetti (tempi, costi, percezione di imparzialità)?
La riforma pacificamente non incide sui tempi e sui costi della giustizia. Il concreto funzionamento dei singoli processi dipende in larga misura dalla legge ordinaria, che naturalmente ben può essere modificata senza toccare la Costituzione, dalle dotazioni organiche e dalle risorse tecnologiche ed economiche a disposizione dei Tribunali. Tutti aspetti, però, di cui la riforma costituzionale approvata dal parlamento senz'altro non si occupa.
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