CINEMA
I due registi con Uberto Kovacevich e nel riquadro l'Omino d'Oro
La storia dell'Omino d'Oro diventa un cortometraggio. Uscirà, probabilmente, alle porte dell'estate per la regia di Fernando Maraghini e Maria Erica Pacileo. Ad interpretare l'Omino d'Oro, figura nostalgica e caratteristica di un'Arezzo che non c'è più, sarà Uberto Kovacevich che trent'anni dopo il suo primo "Omino d'Oro", porta sul grande schermo una delle storie più struggenti che fino a metà degli anni Settanta si è vissuta per le vie del centro di Arezzo.
La storia dell'Omino d'Oro, raccontata anche nel libro di Enzo Gradassi, ancora si tramanda di generazioni in generazioni. Morì negli anni Settanta e alcuni aretini, ancora in vita, ricordano quel signore distinto che faceva il calzolaio, a volte silenzioso altre volte no, che un giorno s'inventò di colorarsi d'oro per farsi riconoscere dal figlio disperso in Russia dopo la Seconda Guerra Mondiale.

"Ricordo - racconta Uberto Kovacevich - che quando portai a teatro l'Omino d'Oro, appena entrai in scena calò quello che viene definito un silenzio assordante. Anche perché trent'anni fa, chi sedeva in platea e sui palchi, aveva conosciuto l'Omino d'Oro". Lo stesso Kovacevich si ricorda di lui e di questa figura che spiccava ad ogni angolo della città in attesa di un figlio che non è mai tornato.
Ma c'è dell'altro. "In preparazione dello spettacolo andai in piazza della Badia a cercare il colore che potesse essere più vicino a quello con il quale l'Omino d'Oro dipingeva se stesso e la sua bicicletta. E ricordo che il titolare del negozio mi disse 'prenda questo, è quello che usava lui'. Quando invece cominciai a cercare la bicicletta, andai da un rivenditore di bici usate e mi rivelò che quella dell'Omino d'Oro l'aveva venduta pochi giorni prima".
Trent'anni dopo la storia dell'Omino d'Oro rivivrà dunque nel cortometraggio. Ma chi era l'Omino d'Oro? Dal libro di Enzo Droandi:

"Compariva al mattino, sul presto, in piazza della stazione, e la gente che andava al primo treno per recarsi a lavorare lo trovava lì, immobile, con lo sguardo fisso. Aveva accanto la bicicletta sempre pulita, tutta tinta con polverina color oro, tutta dorata, compresi il manubrio, il carter, il cambio ed il sellino. Portava un cappello a mezza falda, anch'esso tutto dorato, ed indossava uno strano costume, che, senza la polverina d'oro, sarebbe stato un normale vestito da operaio: calzoni ristretti sul polpaccio ed un giaccone da lavoro. Ma anche i risvolti del bavero erano dorati e così pure le fasce che servivano da raccordo fra i dorati pantaloni ristretti e le scarpe, altrettanto porporinate. Stava lì, dall'alba, in un angolo di piazza della stazione, ad occhi aperti, e non guardava. Teneva gli occhi attenti, degli occhi belli, non gli occhi di un folle o di un ossessionato, attenti ad un qualcosa che nessuno è mai riuscito a vedere. Poteva passare un carrettino, un cavallo, od una fanfara dei bersaglieri od un carro funebre: gli occhi rimanevano fissi, non in una disperazione spenta, ma su di un qualcosa che non era visibile. Di una cosa si accorgeva: della pioggia.

Se cominciava a piovere, con mossa lenta e senza stizza, dolcemente, toglieva da una qualche parte un ombrello tutto dorato, lo apriva, e riprendeva la sua posizione naturale. Verso le otto del mattino, qualsiasi tempo incombesse sulla città, qualsiasi sole impazzasse, qualsiasi gelo penetrasse dentro le ossa, saliva in bicicletta e, faticosamente, lentamente, senza però esprimere lo sforzo, saliva per via Guido Monaco e riprendeva la sua posa di statua dorata, all'angolo del palazzo delle poste. Stava lì, immobile, silenzioso. Se qualcuno, i più per bontà, pochi per scherno, gli rivolgeva la parola, non rispondeva. Non volgeva neppure gli occhi a chi parlava. Sembrava assente, uno che non fosse lì, tutto dorato. Tutto dorato, perché la polverina riguardava tutto il suo abbigliamento, anche i guanti alla moschettiera che calzava. Tutto dorato, tutto, escluso il volto e le mani, volto e mani ben puliti e curati; tutto dorato. A fine della mattinata si spostava nuovamente e si poneva, senza dar noia a nessuno, nell'angolo dell'incrocio che è fra il Corso e via Crispi, dalla parte dove sono gli strumenti che misurano temperatura ed umidità. Battesse il solleone od imperversasse il temporale, ad ore precise, senza consultare orologi e come comandato da un istinto, ripeteva gli spostamenti in diversi luoghi della città, per poi scomparire alle prime ombre. Tutto aveva, fuorché, l'aria di un allucinato".
Aggiunge Kovacevich: "Aspettava il figlio disperso in Russia. All'inizio lo aspettò in abiti, per così dire normali, ma poi gli venne l'idea che se si fosse colorato di oro sarebbe stato visto prima dal figlio. Fu così che nacque l'Omino d'Oro. Una storia potente, semplice, piena d'amore e anche commovente".
Accanto al cortometraggio l'artista Gabriella Garzi ha creato un elegante gadget dell'Omino d'Oro. Una piccola scultura di Uberto Kovacevich - dorata appunto - montata su un tappo di sughero. Semplice, come era l'Omino d'Oro, la storia di un babbo che attese fino alla sua morte - metà anni Settanta - il ritorno del figlio che non avvenne mai e che oggi grazie a Uberto Kovacevic e a Fernando Maraghini verrà riproposta. Perché nessuno dimentichi l'amore."
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