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Arezzo

Cannabis contro i dolori, aiutava De Benedetto a coltivare la piantagione utile per sopravvivere: annullata la condanna all'amico

Walter è poi morto dopo aver vinto la battaglia legale, restava in piedi l'accusa al collaboratore: sentenza in appello

Luca Serafini

03 Febbraio 2026, 16:27

Cannabis contro i dolori, aiutava De Benedetto a coltivare la piantagione utile per sopravvivere: annullata la condanna all'amico

Assolto l'amico di Walter De Benedetto. Marco B., operaio di Arezzo 48enne, era stato trovato il 3 ottobre 2019 con l'annaffiatoio in mano a Ripa di Olmo mentre aiutava il malato di artrite reumatoide a far crescere le piantine di cannabis, l'“erba” prescritta come medicina idonea contro gli insopportabili dolori. "Il fatto non costituisce reato".

In primo grado l'aiutante era stato condannato a a 1 anno 2 mesi e 20 giorni, ad Arezzo, dopo il blitz dei carabinieri nella serra. Successivamente, al termine di una battaglia giudiziaria che ne ha fatto il paladino della cannabis terapeutica, l'invalido De Benedetto venne assolto. Poi morì a dicembre 2023.

Oggi, martedì 3 febbraio, in forza della sentenza favorevole a Walter, è arrivata l'assoluzione con formula piena anche per Marco B. Accolte in appello a Firenze le tesi sostenute dagli avvocati Osvaldo Fratini e Cristiano Cazzavacca. Condanna cancellata, sentenza ribaltata.

In virtù del principio che la finalità di quella piantagione, che pure esisteva ed era di dimensioni rilevanti, non era lo spaccio a fini di lucro ma l'utilizzo per affievolire le sofferenze di De Benedetto. Ne faceva un uso continuo, triturando le foglie, trasformandole anche in olio. Solo così i lancinanti dolori potevano essere sopportati.

In primo grado Marco B. era stato ritenuto colpevole di “coltivazione non autorizzata di sostanza stupefacente”. In quella circostanza il giudice definì “sproporzionati ed esagerati rispetto all'esigenza di un consumo personale di De Benedetto” i quantitativi di cannabis. Attenuante generica, il fatto che Marco B., incensurato, si fosse recato come altre volte alla serra per dare una mano all'amico gravemente malato, al quale era prescritta dall'Asl la terapia contro il dolore. Sentenza per il resto inflessibile sia nel negare all'operaio l'ipotesi lieve del reato, il “quinto comma”, che nel precludergli la sospensione del processo con la messa alla prova.

Quella stessa serra di Ripa di Olmo è stata giudicata non punibile dall'altro giudice, il gup di Arezzo Fabio Lombardo, che azzerò ogni accusa verso il malato, De Benedetto. Walter diceva questo, in quel periodo in cui era sotto i riflettori: “Il dolore non aspetta, devo tanto a questa pianta”. Bloccato sulla sedia della sofferenza, le dita delle mani incurvate dal male, finì a processo per quella “pianta”, ma tutto si concluse con la formula: “il fatto non sussiste”.

Un verdetto storico che riconosceva la legittimità di autoprodursi anche in modo ingente (20 mila dosi) la cura che lenisce il dolore. Insufficiente, per lui, la quantità passata dal servizio sanitario. Combatteva con la patologia dal 1987, a dicembre 2023 un arresto cardiaco decretò la sua fine. Aveva 50 anni. Vero nome Nicola, per tutti Walter, testimone del “diritto a soffrire di meno”, come scrisse all'epoca Enzo Brogi

Ostacoli e burocrazia, leggi da aggiornare, Walter ebbe al suo fianco l'associazione Luca Coscioni, Meglio Legale, i Radicali. Il giorno del blitz i carabinieri trovarono 15 piante alte due metri e mezzo, alto potenziale di produzione di sostanza. “Per uso personale e terapeutico” ha però fissato la sentenza. Lo spaccio non c'entra. “Sarebbe paradossale - oltre che contrario ad ogni forma di umanità e di giustizia - che l'imputato debba essere punito per aver coltivato piante di cannabis con l'unico scopo di tutelare la propria salute e garantirsi in tal modo condizioni di vita più dignitose”. Questo scrisse il gup.

In contrasto con le parole del giudice che ha condannato Marco B. facendo leva sulle “modalità industriose” della coltivazione, “caratterizzata da laboriosità e operosità costante” con dimensione che “supera di gran lunga le esigenze di consumo personale di De Benedetto” e costituisce quel “pericolo presunto” che il reato della coltivazione (art. 73 dpr 9 ottobre 1990 n. 309) punisce.

Ora in via definitiva viene tirato un rigo sulla vicenda: colui che dava una mano a Walter a stare meglio coltivando le piantine che l'amico, costretto in carrozzella, non poteva seguire, non va punito. Se vi fosse stato un utilizzo personale perseguibile penalmente non è emerso con prove.

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