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Arezzo

Referendum al contrario: qui vinse la monarchia. Lo storico: "Perché 80 anni fa a Castiglion Fiorentino la repubblica prese meno voti"

Il 2 giugno 1946 e l'unico comune della provincia dove i cittadini e le cittadine preferivano il Re. Il professor Biagianti spiega

Luca Serafini

07 Febbraio 2026, 08:37

Referendum

La scheda del referendum e Castiglion Fiorentino

Qui vinse il Re. L'unico Comune della provincia di Arezzo dove 80 anni fa la maggioranza della popolazione votò per la monarchia fu Castiglion Fiorentino. Dalle urne uscì un risultato opposto a quello nazionale, ma anche a quello toscano e aretino: il 52,3% di schede con la croce sul simbolo del regno contro il 47,7% di voti favorevoli alla nuova forma di Stato dell'Italia.

Sì, fu un 2 giugno 1946 al contrario quello nel centro della Valdichiana, allora prettamente agricolo, che pure, dopo la Liberazione, alle elezioni amministrative di marzo aveva visto le forze di sinistra ottenere la maggioranza assoluta. Un paio di mesi dopo, quando nacque la Repubblica Italiana e alle urne andò il 90% degli aventi diritto, degli 8.056 suffragi, al netto delle bianche e delle nulle, i voti assoluti per i Savoia furono 3.758 contro i 3.424 della repubblica. Lo stesso giorno si votò per l'assemblea costituente con una fotografia piuttosto in linea con il dato italiano: Dc primo partito, poi il Psiup quindi il Pci sotto la media nazionale. Il responso del referendum invece somigliava più al voto di certe regioni del sud che non al trend democratico e repubblicano emerso in modo chiaro nel capoluogo di provincia, Arezzo, dove il 64,4% dei cittadini fu per la svolta (media provinciale 67,4%) e inverso rispetto all'espressione degli italiani che - stavolta anche con il voto delle donne - mutò la storia della nazione: 54,3% per la repubblica.

A Castiglion Fiorentino in quella stagione come ovunque, c'erano le ferite fresche della seconda guerra mondiale e le macerie dei bombardamenti, ma il vento di libertà che soffiava dopo l'oppressione nazifascista non gonfiò le vele repubblicane.

Perché? Abbiamo chiesto un'analisi al professor Ivo Biagianti, docente di Storia della Toscana moderna e contemporanea e di Storia dell'età dell'Illuminismo, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia (con sede in Arezzo) dell'Università di Siena, autore di studi, libri, conferenze, nonché castiglionese.

- Come si spiega questa anomalia?

Tradizionalmente Castiglion Fiorentino è stata una comunità conservatrice, piuttosto ostile al cambiamento, con una resistenza elevata alle novità, attaccata alle istituzioni religiose e a quelle civili esistenti. Alla fine del Settecento, ad esempio, quando arrivano i francesi e portano la rivoluzione, occupano il territorio dei granduchi cercando di costruire un consenso intorno a loro, qui come altrove ci si oppone in modo forte con il movimento del Viva Maria. C'è un aneddoto esplicativo: fu issato in piazza dai francesi l'albero della libertà, un palo intorno al quale si organizzava la festa, con la cuccagna, danze, balli, elemosine, le scritte per propagandare le nuove idee di libertà, fraternità, eguaglianza, e ci fu chi aderì tra la popolazione locale. Ebbene, quando alcuni mesi dopo i francesi vennero cacciati dall'insorgenza del Viva Maria, gli insorti riconvocarono quelli che avevano partecipato alla festa dell'albero della libertà e a un loro leader fu detto, in dialetto castiglionese: te che è preddechèto, mo spreddeca, invitandolo a rinnegare gli ideali francesi. Questa avversione ai cambiamenti, si rileva anche nel 1860 quando rispetto al plebiscito per l'Unità d'Italia, a Castiglion Fiorentino fu marcata l'espressione per il mantenimento del Granducato, con un dato diverso rispetto alle altre zone.

- C'è altro che può aver orientato i castiglionesi quando ci fu da votare tra monarchia e repubblica?

Da un lato, in questo atteggiamento propenso al mantenimento dello status quo incide il forte attaccamento al sentire religioso: la Chiesa, il clero, in passato, non adesso, è sempre stata poco favorevole all'innovazione. Un comune sentire: il timore che la novità possa portare alla cancellazione di privilegi, sovvertire qualcosa di stabile e sicuro. Il cambiamento visto come salto nel buio, non sapere cosa succederà dopo. C'è poi un altro elemento che secondo la mia analisi è importante.

- Quale?

Fin dai primi decenni del Novecento, a Castiglion Fiorentino si è rilevata la presenza consistente della piccola proprietà di coltivatori diretti, in percentuale più elevata rispetto al resto della Valdichiana e di altri territori, dove invece era più diffusa la mezzadria, con le conseguenti lotte contadine, i patti colonici, le leghe bianche e rosse, l'agitazione di chi voleva la rivoluzione sociale.

- Questo cosa determina?

Il coltivatore diretto, il piccolo proprietario attaccato alla sua terra, si trova appunto a difendere i suoi dieci, quindici ettari, finalizzati all'autoconsumo. Il suo interesse è per quel pezzo di terra e gli preme che non cambi niente. Ecco, credo che questo possa spiegare almeno in parte l'anomalia di Castiglion Fiorentino, in controtendenza rispetto a una Valdichiana rossa. Del resto si diceva: ‘se volete una società stabile date la terra ai contadini, altrimenti lottano per conquistarla'. Certo, anche qui c'erano alcuni grandi proprietari terrieri, ma la componente sociale diretto-coltivatrice, la piccola proprietà parcellizzata, ho rilevato, era in percentuale maggiore che in altri territori. Questo, insieme al forte attaccamento tradizionale al regime, alle istituzioni preesistenti, con un clero che tende ad una alleanza Stato-Chiesa orientata al mantenimento delle forme tradizionali, con diffidenza per l'innovazione, ritengo abbia inciso.

- Nel dopoguerra questa sensibilità come si è esplicata?

Nel dopoguerra Castiglion Fiorentino tutto sommato si riallinea al quadro nazionale. Tuttavia nei decenni successivi si rileva, a differenza degli altri territori aretini e toscani, la prevalenza di una maggioranza democristiana e un orientamento decisamente moderato.

Questa la riflessione dello storico Biagianti sul voto in controtendenza nel paese del Cassero, dove ancora oggi in piazza San Francesco campeggia la scritta Asilo Infantile Vittorio Emanuele II. E il Re Vittorio Emanuele III fu a Castiglioni due volte, ad una fiera agricola nel 1911 e nel 1941 quando passò in visita all'ospedale dove erano ricoverati i soldati reduci della guerra in Grecia. Mentre Umberto II, da principe, transitò in centro tra due ali di folla. Il Re di Maggio sarebbe stato poi travolto e cancellato dal referendum.

In Consiglio comunale, dopo il deludente risultato castiglionese, la maggioranza social comunista approvò un ordine del giorno. In quella carta si plaude alla svolta istituzionale, alla “Repubblica Italiana che, avversata dalle forze dell'oscurantismo e dello sfruttamento: prelateria curialesca, affaristi e magnati del latifondo e dei complessi industriali; è stata tenacemente voluta dalla maggioranza del popolo italiano e preminentemente dal proletariato del braccio e del pensiero, saldamente organizzato nei sindacati attaccati alla tradizione che va da Pisacane, Cattaneo, Mazzini a Filippo Turati, Giacomo Matteotti e Bruno Buozzi”.

Al momento dell'approvazione, guarda caso, in aula erano assenti alcuni consiglieri di vari schieramenti, evidentemente nostalgici della monarchia.

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