Arezzo
Francesco Macrì
Dall'alambicco del centrodestra anche ieri non è uscito il distillato di un confronto così lungo, pieno di curve e strozzature. Ma si lavora nella direzione di Marcello Comanducci. Chat roventi, incontri, faccia a faccia. L'impressione è che si può fare. Poste le basi per superare rigidità che finora hanno impedito la sintesi. L'ex assessore Comanducci (che si muove insieme a Gianfrancesco Gamurrini) ha in mano le chiavi del Comune, par di capire, a patto che vengano smussati gli spigoli e calibrate le richieste. Fase decisiva, grande prudenza, calcolo, riflessione.
Per cercare di capire qualcosa di più sul quadro generale, abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Macrì, dirigente nazionale di Fratelli d'Italia.
- Che cosa sta accadendo?
Dopo dieci anni di governo della città si conclude un ciclo e questo produce tensioni e impone una riflessione più profonda su quale debba essere la prossima stagione di Arezzo. Non basta scegliere un nome: serve una visione della città che abbiamo davanti.
- All'inizio si parlava di Gabriele Veneri come candidato naturale. Perché quel percorso si è interrotto?
Gabriele Veneri ha compiuto una scelta personale. È un imprenditore e il ruolo di sindaco è un incarico totalizzante, che richiede valutazioni anche sul piano personale e professionale. Ha fatto le sue riflessioni, ma ha promesso che sarà in campo comunque con la nostra lista.
- Dopo quel passaggio avete guardato anche a figure civiche di alto profilo.
Sì, perché l'idea era quella di aprire il più possibile il perimetro della coalizione. I nomi di Domenico Giani e dell'avvocato Piero Melani Graverini nascevano proprio da questa impostazione: personalità autorevoli, professionisti affermati, capaci di dialogare con ambiti sociali e culturali più ampi della città. Sono certo che, con modalità diverse saranno al nostro fianco.
- In che senso serve una visione nuova di Arezzo?
La convinzione di fondo è che non si stia chiudendo soltanto un ciclo amministrativo, ma una fase più ampia della vita della città. Siamo dentro una transizione enorme, economica e sociale e i prossimi anni dovranno essere governati con una visione diversa e strumenti nuovi. In questo quadro si inseriva anche la candidatura civica di Beppe Angiolini.
- Già, operazione appassita subito, prima ancora delle rose bianche di quel giorno sotto le Logge del Vasari.
Desidero innanzitutto ringraziare Beppe Angiolini per la disponibilità dimostrata verso la città. La sua mancata candidatura lascia certamente un rammarico. Avevamo creduto nella possibilità di costruire un centrodestra maturo e inclusivo, valorizzando la disponibilità di un imprenditore che si era messo in gioco con generosità e con alcune condizioni chiare. Al di là dell'esito, resta lo spirito che aveva animato quella proposta: l'idea che Arezzo abbia bisogno di una nuova stagione e di una classe dirigente capace di guardare avanti. Una classe dirigente non nasce da un semplice progetto amministrativo, ma da una visione della città almeno per il prossimo decennio.
- Cosa c'è al centro del programma?
I temi urgenti sono noti — sanità, lavoro, sicurezza, decoro urbano — ma accanto a questi c'è anche una sfida più profonda: rafforzare il senso di comunità, rendere Arezzo più attrattiva e capace di dialogare con i grandi cambiamenti in corso e che possono coinvolgere pesantemente una città delle nostre dimensioni. Dobbiamo anche essere capaci di parlare a quella parte di elettorato che oggi non vota più perché non percepisce prospettiva. I giovani su tutti.
- Oggi il nome che circola di più è quello di Marcello Comanducci.
Marcello Comanducci è una figura stimata e oggi rappresenta uno dei riferimenti del confronto in corso. Ma il percorso deve essere guidato da uno spirito di collaborazione. Prima si costruisce una visione e un progetto serio per la città, poi si individuano le persone più credibili e più capaci per realizzarlo. In questa fase credo sia necessario azzerare ogni ambizione personale, smettere di parlare di poltrone e concentrarsi su ciò che davvero conta. I nostri elettori ci chiedono innanzitutto una cosa: unità e chiarezza nelle proposte. Ed è da qui che il centrodestra deve ripartire.
- Perché la candidatura di Lucia Tanti secondo voi di FdI non è mai entrata davvero nel confronto?
Lucia Tanti è un amministratore serio e nessuno mette in discussione il lavoro svolto. Il tema però non è personale: gran parte della coalizione ritiene naturale aprire una fase diversa, ma sarà co-protagonista del nuovo corso.
- Qual è oggi il compito del centrodestra ad Arezzo?
Il compito non è soltanto vincere le elezioni ma dare una prospettiva alla città. Viviamo una fase internazionale complessa e nessun territorio può pensare di esserne isolato. Anche una realtà come Arezzo deve attrezzarsi per le sfide dei prossimi anni. Il centrodestra ha sempre vinto quando ha saputo dimostrare unità interna e vicinanza agli elettori. Deve farlo anche questa volta.
L'alternativa sarebbe quella di riconsegnare Arezzo non solo al centrosinistra ma a una classe dirigente che appartiene al passato, spesso tenuta insieme più dal collante del potere che da una vera visione per la città. Sono espressione di una società politica chiusa.
- Quando la città conoscerà il candidato?
Credo che la sintesi arriverà presto. La città ha diritto di conoscere non solo il candidato, ma soprattutto il progetto per l'Arezzo dei prossimi anni.
- Negli ultimi anni si è discusso molto anche del ruolo delle società partecipate del Comune. Lei è presidente di Estra. Ci sono cariche in scadenza in più società.
Credo sia giusto che sia il prossimo sindaco, con il mandato degli elettori, a rinnovare gli organi delle partecipate e ad avere tutte le leve per attuare la propria visione. Serve anche più razionalità: in alcuni casi le strutture sono troppe e andrebbero accorpate, per renderle più efficienti e coerenti con una nuova progettualità per la città. Ho qualche idea in materia.
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