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La storia

Delitto di Garlasco, un anno dopo il colpo di scena che ha riaperto il caso. Dodici mesi tra perizie, indagini, scoperte e sorprese. Andrea Sempio, Alberto Stasi e la morte di Chiara Poggi

Nel giro di qualche mese la Procura di Pavia potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dell'amico di Marco Poggi. E' davvero un clamoroso errore giudiziario?

Julie Mary Marini

12 Marzo 2026, 04:48

Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi

Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi

Il Delitto di GarlascoAndrea Sempio un anno dopo. Era l'11 marzo 2025 fa quando l'omicidio di Chiara Poggi tornava al centro dell'attenzione nazionale per l'iscrizione di Sempio nel registro degli indagati per omicidio. Da dodici mesi si sveglia ogni mattina con il suo nome sulla bocca a tutti, il suo volto rimbalza da uno studio televisivo all'altro, le sue abitudini, i suoi messaggi, i suoi movimenti del 13 agosto 2007 sezionati in diretta da criminologi, avvocati, ex magistrati e aspiranti detective. Sempio, ha 37 anni, ed è sospettato per l'uccisione di Chiara. Intanto Alberto Stasi, l'ex fidanzato condannato a sedici anni con sentenza definitiva, marcisce in carcere da quasi undici per un delitto di cui dopo una condanna definitiva, ancora non è chiaro se sia stato il vero autore.

Se fosse confermato che è innocente, saremmo di fronte al più devastante errore giudiziario della storia italiana recente. Un innocente dietro le sbarre per oltre un decennio. Un colpevole rimasto libero. E un sistema — investigativo, giudiziario, mediatico — che per anni ha ignorato, minimizzato, o peggio insabbiato le prove che puntavano in un'altra direzione. È questa la posta in gioco. Ed è questa la ragione per cui, da dodici mesi esatti, il caso Garlasco non lascia un attimo di respiro.

L'11 marzo 2025: tutto ricomincia
La notizia si diffonde in poche ore. Andrea Sempio — amico di Marco Poggi, il fratello di Chiara — è iscritto nel registro degli indagati per omicidio. Non è la prima volta: già alla fine del 2016 il suo nome era finito nel mirino della Procura di Pavia, in seguito a un esposto dei legali di Stasi e della madre. Ma quell'indagine era stata archiviata nel 2017, in circostanze che oggi appaiono quanto meno frettolose. Al punto da aver generato un'altra inchiesta: quella della Procura di Brescia, che ipotizza una corruzione. Tra gli indagati, l'ex procuratore aggiunto Mario Venditti e il padre di Sempio, Giuseppe. L'accusa, brutale nella sua semplicità: l'archiviazione del 2017 sarebbe stata pilotata in cambio di denaro. Pochi giorni dopo l'iscrizione, Sempio viene convocato per il prelievo del dna. Il materiale genetico verrà confrontato con le tracce biologiche isolate nel 2007 sulle unghie di Chiara Poggi — uno di quegli elementi che da sempre aleggia come una domanda senza risposta su ogni ricostruzione del delitto. Chi graffiò la vittima mentre moriva? Di chi era quel dna? Le risposte, per anni, erano state eluse, contestate, affogate nel rumore di perizie e contro-perizie.

Il castello di indizi: alibi, verbali e telefonate anomale
L'inchiesta condotta dai pm pavesi Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, insieme all'aggiunto Stefano Civardi e coordinata dal procuratore Fabio Napoleone, non si regge soltanto sul dna. Gli investigatori dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano hanno scavato negli atti del 2008 e trovato anomalie inquietanti. I verbali degli interrogatori di Sempio e dei suoi amici, redatti in contemporanea dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria: una stranezza procedurale difficile da spiegare. La mancata registrazione del malore che colpì Sempio durante uno degli interrogatori: un episodio che avrebbe dovuto essere documentato e che invece non compare in alcun atto ufficiale. Le telefonate a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto: chiamate anomale, difficili da inquadrare in una relazione di semplice amicizia. E poi c'è l'alibi. Uno scontrino. Un pezzo di carta che Sempio aveva presentato come prova della propria innocenza: la dimostrazione di trovarsi altrove quella mattina del 13 agosto 2007. Un elemento su cui gli investigatori hanno lavorato a lungo e che oggi, secondo chi indaga, presenta più ombre che certezze. A maggio 2025, quando la Procura convoca Sempio in tribunale a Pavia per un interrogatorio formale, emerge un altro elemento rimasto nell'ombra: la consulenza sull'impronta numero 33, rilevata sulle scale della cantina di casa Poggi e mai attribuita in alcun processo precedente. Oggi i pm la identificano come quella dell'indagato.

Il colpo di scena: Sempio non si presenta
L'interrogatorio di maggio è destinato a restare negli annali del caso Garlasco, non per quello che rivela, ma per quello che non accade. Sempio non si presenta. Il suo avvocato, la combattiva Angela Taccia, celebra l'assenza del suo assistito con un'emoticon della tigre sui social. Una scelta di comunicazione che trasforma un'udienza giudiziaria in un momento di teatro, e che contribuisce ad alzare ulteriormente la tensione tra la difesa e la Procura. Il clima intorno al caso era già infuocato per le uscite del primo difensore di Sempio, l'avvocato Massimo Lovati. Le sue apparizioni televisive — a tutte le ore, su ogni canale disponibile — avevano trasformato il caso in un feuilleton dai contorni grotteschi, con suggestivi collegamenti tra il delitto e il Santuario della Bozzola vicino a Vigevano, strani sogni rivelatori e misteriose premonizioni. La caduta di Lovati — finito vittima, tra l'altro, di Fabrizio Corona e di qualche bicchiere di troppo — spinge Sempio e la sua famiglia a revocargli il mandato. Al suo posto arriva il più misurato Liborio Cataliotti. Il procuratore Napoleone, intanto, decide di chiudere i rubinetti: silenzio assoluto, nessuna nuova comunicazione su elementi d'indagine. Da quel momento, il caso smette di avere certezze ufficiali. Ma non smette di fare rumore.

La perizia Albani e la guerra del dna
A marzo 2025, la Procura chiede l'incidente probatorio per il confronto tra il dna di Sempio e il materiale genetico isolato sotto le unghie della vittima. L'iter non è indolore: il genetista inizialmente indicato, Emiliano Giardina, viene ritenuto incompatibile. La gip Daniela Garlaschelli si affida quindi alla biologa della polizia scientifica Denise Albani. I mesi che seguono sono un calvario di attese, speculazioni, dibattiti televisivi in cui ogni esperto offre la propria versione del materiale genetico. A inizio dicembre 2025, la perizia Albani viene depositata. La conclusione è netta: il dna ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi è compatibile con il profilo Y di Andrea Sempio. Il materiale è degradato — com'è inevitabile dopo quasi vent'anni — ma la compatibilità c'è. È un dato che smentisce frontalmente la perizia firmata nel 2014 dal genetista genovese Francesco De Stefano nel processo di secondo grado, e che invece conferma le consulenze già elaborate dai pm di Pavia. La questione resta tecnicamente controversa e sui social e nei salotti televisivi la guerra degli esperti prosegue senza sosta. Ma per chi indaga, la perizia Albani è un pilastro.

Gli ultimi atti
Nelle settimane più recenti, la Procura ha depositato sul tavolo dei magistrati due nuove consulenze che potrebbero rivelarsi decisive. La prima è quella informatica, affidata all'esperto Paolo Dal Checco: un'analisi dei dati digitali che si intreccia con la ricostruzione dei movimenti e delle comunicazioni nelle ore del delitto. La seconda è quella medico-legale, assegnata a Cristina Cattaneo — l'anatomopatologa che nel corso della sua carriera ha affrontato alcuni dei casi più complessi e insoluti della cronaca italiana e internazionale. Dentro la sua relazione c'è la riscrittura delle fasi del delitto: come è morta Chiara Poggi, in quale sequenza, con quale dinamica. E ci sono — secondo chi indaga — elementi ritenuti decisivi a sostegno delle accuse contro Sempio e dell'innocenza di Stasi.

La nuova attesa
Il conto alla rovescia è partito. Tra due o tre mesi, la Procura di Pavia potrebbe chiedere il rinvio a giudizio di Andrea Sempio. Sarà in quel momento — lo showdown, la discovery dell'inchiesta nel gergo giudiziario — che l'intero compendio delle accuse verrà svelato. E sarà lì che si capirà se diciannove anni di bugie, omissioni e veleni abbiano finalmente trovato la loro resa dei conti. Con un uomo libero che forse non doveva esserlo. E un altro  in cella da quasi undici anni per un crimine che, forse, non ha mai commesso. O forse no. Del resto sul caso Garlasco un colpo di scena non si nega a nessuno.

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