Arezzo
Referendum sulla giustizia
“Ha vinto la Carta costituzionale”, esultano quelli del No. “Occasione persa”, si rammaricano i sostenitori del Sì. Riforma bocciata e referendum promosso: gli aretini da un lato riscoprono il gusto del voto (alle urne sono andati quasi 40 mila elettori in più rispetto alle regionali di ottobre) e dall’altro esprimono un secco no al tentativo di ridisegnare equilibri e meccanismi della giustizia.
Il divario alla fine del rapido spoglio scattato alle 15 è netto: 53,26% i contrari alla riforma Nordio respinta dagli italiani con simile percentuale, e 46,74% di aretini che invece erano propensi a confermarla. In Toscana il giù le mani dalla Costituzione rivolto dagli elettori al governo Meloni è stato più forte, intorno al 58%.
Situazione a macchia di leopardo nel territorio della provincia di Arezzo, con 11 comuni in controtendenza. Nel capoluogo piatti della bilancia quasi pari: 49,01 il Sì e 50,99 il No.
Nonostante la natura tecnica del quesito agganciato agli articoli della Costituzione, dappertutto si è rilevata una attrattività forte del referendum, come strumento di partecipazione, e non tutti lo immaginavano alla vigilia: affluenza del 66,75%. In autunno si era fermata ad un allarmante 47,77%.

Leader del No in terra aretina, la professoressa Chiara Favilli, analizza il risultato con soddisfazione: “Se in tanti si sono mobilitati per recarsi alle urne è stato per la difesa di una Costituzione che ha garantito 78 anni di pace e progresso, una Costituzione che promuove lo sviluppo e che, in una società in continua evoluzione, chiama al riconoscimento di nuovi diritti”.
La docente di diritto dell’Unione Europea all’Università di Firenze, aggiunge: “Avere giudici indipendenti, liberi da condizionamenti, ha permesso questa evoluzione, nello spirito della Costituzione. La riforma proposta metteva in pericolo questa possibilità. I cittadini lo hanno capito e hanno voluto difenderla”.
Dopo un’attività intensa prima del voto, la professoressa Favilli, voce dell’articolazione aretina del comitato Giusto Dire No, osserva: “Nella campagna referendaria c'è stata una mobilitazione, un percorso che ha messo insieme i cittadini e gli specialisti. I magistrati sono usciti dai palazzi di giustizia, in mezzo a quei cittadini nel nome dei quali quotidianamente amministrano la giustizia. Un patrimonio - auspica infine Chiara Favilli - da non disperdere”.
Sul fronte del Sì, si parla di occasione persa e comunque l’esito del referendum viene elaborato e valutato con attenzione. “La proposta di riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati dunque non ha ottenuto il consenso della maggioranza degli elettori. Come democratici, accogliamo questo risultato con il massimo rispetto, consapevoli che il voto popolare sia il cuore pulsante della nostra Repubblica”, premette il Comitato Sì Giustizia che aveva in Pasquale Giuseppe Macrì la guida.
“Con estrema convinzione, riteniamo comunque che il nostro lavoro non sia stato vano. In questi mesi abbiamo sollevato un velo su questioni che per troppo tempo sono rimaste confinate nelle aule tecniche, portandole finalmente nelle piazze, nelle case e nel dibattito pubblico. Abbiamo dato voce all’esigenza di una giustizia più moderna e di un processo governato in modo che il giudice sia e appaia 'terzo' e imparziale”.
Pasquale Giuseppe Macrì prosegue: “La nostra mobilitazione ha seminato un’idea di riforma che non si esaurisce con lo spoglio delle schede. Sono certo che quanto abbiamo costruito contribuirà in modo determinante a far sì che gli organi di autogoverno della magistratura intraprendano un percorso di riflessione profonda. Il dibattito che abbiamo innescato rimarrà un monito e uno stimolo affinchè le istituzioni della giustizia sappiano autogestirsi, garantendo quella trasparenza e quella distinzione di ruoli che i cittadini, a prescindere dal voto di oggi, continuano a chiedere a gran voce”.
C’è amarezza, certo, ma lo sguardo è già rivolto avanti: “Non guardiamo a questo momento come alla fine di un percorso, ma come a una tappa necessaria. Abbiamo fatto luce su criticità strutturali (a cominciare dalla inaccettabilità di logiche correntizie nella nomina dei vertici degli uffici giudiziari) che ora non potranno più essere ignorate da chi ha la responsabilità del governo della magistratura”. Pasquale Giuseppe Macrì conclude: “Voglio ringraziare i volontari e tutti coloro che hanno collaborato con il comitato, dedicando tempo, energie e professionalità alla causa. Costoro hanno dimostrato che esiste una cittadinanza attiva e attenta, capace di confrontarsi anche su temi complessi per il bene delle nostre istituzioni”.
La convinzione, nonostante la sconfitta, rimane insomma forte: “L’idea di Giustizia che abbiamo propugnato non si configurerà più come una mera aspettativa ma come un obiettivo di civiltà che prima o poi sarà raggiunto anche nel nostro Paese”.
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