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Ergastolo all'omicida con la zappa. Il giudice: "Lucido, determinato, scaltro. Movente banale". Delitto atroce ma non crudele

Depositate le motivazioni della sentenza di condanna di Irfan. La fuga dei pulcini, l'arnese, il tentativo di depistare

Luca Serafini

14 Aprile 2026, 08:01

Irfan e Letizia

Irfan e la vittima, Letizia

Un assassinolucido, determinato, scaltro, indifferente, provocatorio”, capace di uccidere Letizia per un motivo banale (erano scappati i pulcini di pavone ed era arrabbiata) sintomo, questo, di svilimento etico, superficialità e antisocialità allarmante.

L'ergastolo per l'omicida con la zappa ora è spiegato in 39 pagine di motivazioni che ripercorrono il delitto di Poggi Grassi, l'oasi di natura e di pace nella campagna di Foiano che il 5 ottobre 2024 diventò all'improvviso scena di un delitto barbaro quanto assurdo. Irfan Rana Muhammad, 39 anni, ammazzò la psicologa e psicoterapeuta Letizia Girolami, 72, di cui era ospite e che chiamava perfino “mamma”.

Condannato al massimo della pena lo scorso 9 gennaio, il pakistano è rinchiuso in carcere e il presidente della Corte d'Assise, Annamaria Loprete, ha appena depositato le motivazioni alla base del verdetto. “Irfan era stato accolto in casa dalla famiglia della vittima ed era stato aiutato, in primis dalla stessa Girolami, aveva avuto un legame affettivo anche con la figlia di Letizia”, si legge in un passaggio chiave nel quale si evidenzia la assenza di qualsiasi elemento a suo favore per “mitigare” la condanna con le attenuanti generiche. “Ha precostituito dopo il delitto tutta una serie di elementi volti ad allontanare da sé i sospetti dell'omicidio, ha agito con la determinazione consapevole di un criminale lucido e non è crollato per tutta la sera, in cui si è recato a Prato a trascorrerla con gli amici”. E ancora: “Ha assunto un atteggiamento assolutamente scaltro, indifferente e provocatorio nei confronti degli inquirenti e del giudice in fase di convalida del fermo, ha minacciato di uccidere ancora, qualora non fosse stato assecondato nelle sue richieste”.

A far scattare la pena perpetua è l'aggravante dei futili motivi, cioè la “sproporzione macroscopica tra il movente e il reato”: una ragione “inconsistente e assolutamente sproporzionata” rispetto al crimine. Letizia era infuriata con il marito Peter perché i pulcini di pavone erano scappati durante il temporale e Irfan, a quanto ha raccontato, era disturbato da questa arrabbiatura oltre ad avere la percezione che stava terminando per lui l'ospitalità a Poggi Grassi. Nel pomeriggio mentre era con lei nel parco di 5 ettari, vicino al laghetto delle anatre, afferrò la zappa di Letizia, l'arnese preferito per il giardinaggio, e la colpì frontalmente. Lei cadde con la testa fracassata, supina, e lui sferrò altri colpi. Ma non c'è crudeltà in quell'esecuzione, spiega tecnicamente il giudice nelle motivazioni: l'aggravante si verifica infatti “quando l'agente vuol far soffrire la vittima, e non solo ucciderla”, vuole farle patire “sofferenze gratuitamente aggiuntive”. Per la povera Letizia il primo colpo di zappa al volto fu mortale, ha confermato il medico legale.

Ora la sentenza di primo grado potrà essere impugnata in appello. L'avvocato di Irfan, Maria Fiorella Bennati, sta valutando. Aveva chiesto la perizia psichiatrica, ma la Corte d'assise non l'ha ammessa. Quella di Irfan, si legge, “non è una mente malata o disturbata”, ciò che ha perpetrato è “frutto di una precisa volizione criminosa indotta da un futile movente”.

Al di là delle “mutevoli confessioni” rese dal pakistano, a carico dell'imputato c'è un quadro solido e articolato di elementi assurti a prove. Le tracce di sangue nelle scarpe indossate da Irfan quel pomeriggio, il suo DNA nel manico della zappa, le manovre con il telefonino della vittima nel tentativo di depistare e precostituirsi una copertura.

Accadde tutto tra le 15,30 e le 16 vicino al laghetto. Irfan girò il corpo in posizione prona. Le mise le ciabatte accanto, ordinate. Lasciò inizialmente lì la zappa insanguinata. Poi andò in casa nell'alloggio che aveva in uso. Si cambiò. Alle 16:46 condivise sul cellulare di Letizia il link di un sito di una ditta di biopiscine e lo girò anche nella chat di famiglia. La Girolami era già morta, il marito ascoltava musica in casa, la figlia a Barcellona. Poi Irfan tornò sul luogo del delitto, gettò via il telefonino nel laghetto (ritrovato giorni dopo, svuotando l'invaso), prese la zappa insanguinata. E si fece un video sul viale che conduce all'uscita della proprietà.

Salutava Letizia, dicendola “ma', ciao a domani” e inquadrava pure un fungo. Nella ripresa, hanno notato gli inquirenti, si intravede anche la zappa che portava via. Poi gettata in una scarpata. E trovata l'indomani dalla figlia della vittima, rientrata dalla Spagna. Fu la mancata presenza di Letizia in casa per cena a far scattare le ricerche. I carabinieri di Foiano e di Cortona arrivarono verso le 23. Anche i vigili del fuoco. Nella notte fu trovato il cadavere: la psicologa ridotta in condizioni terribili dai colpi violenti al capo. Iniziarono le indagini, con soluzione lampo. Irfan era andato a Prato ma fu rintracciato e già nel giro di una manciata di ore, schiacciato dagli indizi, ammise. Un grande dolore, la morte di Letizia, persona carismatica, piena di idee e di energie positive. Poi il processo, nel quale il marito e la figlia erano parte civile con gli avvocati Stefano Del Corto e Tommaso Ceccarini. Spetta loro un risarcimento, provvisionale, di 100 mila euro ciascuno. Cifra destinata a rimanere virtuale, dato che Irfan è nullatenente.

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