Il caso
L'asilo nido Ambarabà
Lo zainetto di Leo con dentro i cambi e i lenzuolini. Il ciuccio e la sua scatolina. Il diario con foto personali e di famiglia. Le foto tessera che si mettono sugli attaccapanni dell'asilo. Le scarpine da ginnastica che quella maledetta mattina Leo aveva tolto per infilare gli stivaletti con cui giocare nel giardino dove trovò la morte nel boschetto didattico, agganciato dal ramo della pianta per il cappuccio del giubbotto, non visto da nessuno, rimasto in agonia quattro o cinque minuti come dice l'autopsia. Tutto questo materiale che apparteneva al bambino morto il 12 novembre 2025 al nido Ambarabà di Soci di Bibbiena, non è mai tornato nelle mani dei genitori.
Non si tratta di reperti posti sotto sequestro per le indagini, sottolinea l'avvocato della famiglia, Francesca Molino, e per la mamma e il babbo di Leo quelle cose hanno un valore affettivo enorme. In questi giorni è iniziata la riconsegna degli effetti a tutti gli altri bambini probabilmente in coincidenza dei lavori alla struttura per l'infanzia volti alle opportune modifiche prescritte dalla Asl per la riapertura. Ecco, la gestione di questa fase ha lasciato perplessi i genitori del piccolo Leo, già colpiti da un dolore difficile da descrivere. Quando hanno appreso che era in corso la procedura di riconsegna, non essendo stati informati, si sono rivolti al proprio legale, al fine di accertare se i beni fossero ancora sottoposti a sequestro, non riuscendo a individuare plausibili giustificazioni alternative alla loro mancata convocazione, invece regolarmente pervenuta a tutti gli altri genitori. Solo dopo è arrivata loro la comunicazione dal Comune che si sarebbe trattato di una scelta voluta, ponderata, quella di lasciarli per ultimi.
Proprio per la delicatezza del caso, scrive loro il municipio, si pensa ad una restituzione con modalità e tempi dedicati. Per discrezione e nel rispetto della situazione. Tale motivazione, tuttavia, appare alla famiglia in evidente contrasto con le modalità concretamente adottate, spiega il legale. “Se vi fosse stata una reale attenzione nei confronti dei genitori di Leo, accompagnata dall'empatia dichiarata nella comunicazione istituzionale - viene evidenziato - essi avrebbero dovuto essere, con ogni evidenza, i primi destinatari della restituzione di quei beni, che ahimè oggi rappresentano l'unico lascito tangibile del loro amato bambino, un tempo così gioioso e vivace”.
“Risulta altresì difficilmente comprensibile come la comunicazione a loro destinata sia giunta soltanto dopo che le operazioni di riconsegna agli altri genitori erano già iniziate da diversi giorni, e per di più in seguito all'intervento del legale incaricato di verificare l'eventuale sussistenza di un sequestro sui beni. Paradossalmente, proprio coloro che sono stati colpiti da una perdita tanto grave si trovano, di fatto, relegati in ultima posizione, come se, a pochi mesi dall'accaduto, la tragedia che li ha travolti e il dolore disumano che sono costretti a sopportare fossero già stati dimenticati”.
La famiglia Ricci sta vivendo questo passaggio con un tumulto nell'anima e tanta amarezza. Mentre ci si preoccupa della riapertura dell'asilo (servizio che manca da mesi alle altre famiglie), mentre gli oggetti degli altri tornano nelle case dei bambini, là dove il figlio non c'è più, anche un ciuccio e uno zainetto rappresentano un frammento da accarezzare di una vita strappata via dal fato o da negligenze, con un'inchiesta nel vivo. Ci sono anche questi aspetti nella tremenda storia di Soci, collaterali al caso giudiziario, ma umanamente comprensibili. E' la stessa famiglia tramite l'avvocato Francesca Molino che vuol far trasparire il disagio. Si aspettavano quel gesto prima. Cosa cambia? Cambia evidentemente molto per chi ha a che fare con un vuoto incolmabile e una montagna di interrogativi che urlano dentro. Per chi ha accompagnato un bimbo all'asilo vispo e pieno di vita e lo ha visto uscire senza vita.
La famiglia di Leo con dignità, ma anche con enorme sofferenza, sopporta ciò che le è capitato. Fin da subito ha manifestato l'intenzione, nel nome di Leo, di finalizzare le offerte in modo costruttivo, solidale, comunitario. Nello stesso tempo c'è la richiesta forte di verità e giustizia. L'inchiesta dei pm Gianfederica Dito, procuratore capo, e Angela Masiello, sostituto procuratore, con cinque operatrici della cooperativa indagate (che non vuol dire affatto responsabili) ha proprio lo scopo di accertare se sotto il profilo della vigilanza e della tutela di Leo, fu fatto tutto quello che si doveva fare. Quando l'assistente del turno successivo entrò in servizio e le fecero notare che Leo non era rientrato nell'asilo, andò a cercarlo e lo trovò appeso a quel ramo tra gli arbusti (ora tagliati) e nessuno si era accorto del terribile incidente. Salvarlo ormai era impossibile. Tra qualche giorno Leo avrebbe compiuto tre anni.
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