Politica e tv
Donald Trump e Birgitte Nyborg, protagonista della serie
E pensare che c'era chi il "caso Groenlandia" lo aveva annunciato. Anzi, l'aveva fatto vedere in una serie Tv, tra l'altro finita nella polemica perché secondo i più era soltanto assurda fantapolitica. Borgen – Il potere ha avuto invece il merito (purtroppo) di anticipare quella realtà che sembrava solo fantascienza. Tra i molti dossier affrontati, quello sulla Groenlandia sembrava, al momento della messa in onda, uno degli elementi più audaci: un’isola lontana, ghiacciata, apparentemente marginale, improvvisamente al centro di interessi globali, economici e strategici. Oggi sappiamo che non era affatto un’esagerazione narrativa o un tuffo di fantasia a cui le fiction ci hanno abituato. Era una intuizione lucida.
Nella serie la Groenlandia diventa un campo di battaglia silenzioso tra grandi potenze, multinazionali e governi nordici, con la Danimarca costretta a fare i conti con un’eredità coloniale mai davvero risolta e con un’autonomia groenlandese sempre più assertiva. La trama ruota attorno allo sfruttamento delle risorse naturali e alla pressione internazionale per accedervi, mettendo in crisi l’equilibrio politico interno danese e l’idea stessa di sovranità. All’epoca, per molti spettatori, sembrava soltanto un esercizio di fantasia politica spinta al limite. In realtà, la serie, nella quarta stagione (2022) stava semplicemente leggendo con largo anticipo le correnti profonde della geopolitica. Certo, non è stata soltanto intuizione, ma anche coincidenza o magari fortuna. Resta il fatto che sta accadendo davvero. La Groenlandia oggi è uno dei territori più contesi del pianeta, pur restando uno dei meno popolati. La ragione è semplice e brutale: risorse e posizione. Sotto i suoi ghiacci si trovano minerali strategici fondamentali per la transizione energetica e tecnologica globale; sulle sue coste e nei suoi cieli passa una delle linee di frizione più sensibili tra Nord America, Europa e Russia. Lo scioglimento dei ghiacci, accelerato dal cambiamento climatico, non è solo una tragedia ambientale: è anche un moltiplicatore di interessi economici e militari. E così è iniziata la sfida: da una parte Trump che ne vuole prendere possesso, dall'altra la Danimarca e l'Europa che provano a difenderla, il mondo Orientale che resta a guardare e i pochi abitanti dell'isola su tutte le furie perché si sentono trattati come merce senza diritti.
Borgen coglie un punto essenziale che spesso sfugge al dibattito pubblico: le grandi lotte di potere non iniziano con i carri armati, ma con i contratti, le concessioni minerarie, le promesse di sviluppo, i patti, i tradimenti, lo spionaggio. Nella serie, come nella realtà, il conflitto non è dichiarato, ma costante. È una pressione che passa attraverso investimenti esteri, diplomazia economica, ricatti occupazionali. La Groenlandia non viene invasa: viene corteggiata, sedotta, messa di fronte a scelte che sembrano tecniche ma sono profondamente politiche. La realtà ora va oltre la fantasia, visto che il rischio di invasione giorno dopo giorno sta via via diventando sempre il possibile. Il nodo più delicato resta quello dell’autodeterminazione. La Groenlandia gode di un’ampia autonomia, ma non di una piena indipendenza. È un equilibrio fragile, in cui la Danimarca si trova divisa tra la volontà di rispettare l’autonomia dell’isola e la necessità di non perdere il controllo di un asset strategico cruciale. Rivedere oggi gli episodi della serie provoca una sensazione inquietante. Non perché avesse previsto il futuro, ma perché aveva compreso il presente meglio di molti governi. La Groenlandia non è più una periferia del mondo: è uno dei suoi centri nevralgici. E come spesso accade, le periferie diventano centrali proprio quando iniziano a essere sfruttate, osservate, contendibili. In una intervista all'agenzia Reuters, Adam Price, ideatore della fiction ha dichiarato che "la realtà è diventata assurda nelle ultime settimane parlando dell'attuale situazione con la Groenlandia e le pretese di Trump".
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