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L'impresa

Erano ragazzi in barca, la storia vera raccontata dal film di George Clooney. Così giovani americani poveri e affamati umiliarono Hitler nella sua Germania

Julie Mary Marini

27 Marzo 2026, 19:31

Erano ragazzi in barca, la storia vera raccontata dal film di George Clooney. Così giovani americani poveri e affamati umiliarono Hitler nella sua Germania

Una storia di sport e di amicizia

Il pomeriggio del 14 agosto 1936, sulle acque del Langer See a Berlino, si compì uno dei trionfi più improbabili nella storia dello sport olimpico. Otto ragazzi di umile estrazione sociale, cresciuti nell'America sfinita dalla Grande Depressione, vinsero la medaglia d'oro nell'otto con di canottaggio davanti ad Adolf Hitler, sconfessando ogni previsione e umiliando le ambizioni propagandistiche del Terzo Reich. Una storia storia vera che il libro di Daniel J. Brown e il film di George Clooney (stasera venerdì 27 marzo su Rai 3) hanno restituito al mondo, ma che per decenni rimase custodita nella memoria silenziosa di chi l'aveva vissuta. Per capire chi erano questi ragazzi, bisogna capire il mondo da cui venivano. Il crollo di Wall Street del 1929 aveva devastato l'economia americana in modo feroce e capillare. Nelle famiglie degli stati del Pacifico nord-occidentale padri e madri faticavano a mettere insieme un pasto al giorno. La povertà non era un'eccezione: era il paesaggio ordinario di una generazione intera.


I ragazzi americani durante un allenamento

Per molti di questi giovani, l'Università di Washington a Seattle rappresentava l'unica via di fuga concreta. Non per vocazione accademica, ma per necessità pura: uno stipendio da atleta, un tetto, un pasto caldo. È così che si formò, quasi per caso, la squadra di canottaggio che avrebbe cambiato la storia. Spicca la figura di Joe Rantz, ragazzo dal passato segnato da abbandoni e ferite familiari profonde. Entrato nel team quasi per caso, Joe non cercava tanto la gloria sportiva quanto qualcosa di più elementare: un posto nel mondo, un motivo per credere in sé stesso. Accanto a lui, paziente e amorevole, c'era la sua fidanzata Joyce, che lo osservava con la discrezione di chi sa aspettare senza chiedere nulla in cambio. A guidare la squadra c'era Al Ulbrickson, allenatore rigoroso e poco incline ai compromessi, convinto che il canottaggio fosse anzitutto una questione di carattere prima ancora che di forza fisica. Accanto a lui operava una figura quasi mitologica: il costruttore di barche britannico George Pocock, artigiano di straordinario talento e filosofo dello sport nel senso più autentico del termine.


La loro impresa era destinata a restare per sempre nella storia

Pocock insegnava ai ragazzi un principio semplice e rivoluzionario: nessun vogatore conta più della barca. Il gesto deve essere collettivo, sincronizzato, quasi meditativo. La fiducia reciproca non era un optional sentimentale, ma la condizione tecnica necessaria per vincere. Con pazienza certosina, i due uomini trasformarono un gruppo di individualisti diffidenti in un equipaggio capace di muoversi come un singolo organismo sull'acqua. Fu un lavoro che richiese mesi di allenamenti estenuanti in condizioni climatiche proibitive, frustrazioni, gelosie da superare e una determinazione che solo chi non aveva nulla da perdere poteva davvero coltivare. Tra il 1934 e il 1936, la squadra di Washington iniziò a imporsi nelle regate universitarie americane, sorprendendo i favoriti delle grandi università della costa orientale come Harvard e Yale, da sempre dominatori della disciplina. Fu una scalata lenta, combattuta gara dopo gara, che culminò nel giugno del 1936 alle selezioni olimpiche di Poughkeepsie, in New York, dove l'equipaggio di Washington batté tutti i rivali conquistando il diritto a rappresentare gli Stati Uniti ai Giochi di Berlino. Nessuno se lo aspettava davvero.

Dopo decenni è stata restituita la giusta importanza a quel gruppo fantastico

La traversata dell'Atlantico avvenne a bordo di una nave, con mezzi finanziari risicati e settimane di allenamenti su un oceano tutt'altro che clemente. La squadra arrivò in Germania in condizioni non ottimali, fisicamente provata, lontana da casa, immersa in un paese che stava trasformando i Giochi olimpici in una gigantesca macchina propagandistica. Le Olimpiadi di Berlino del 1936 erano state concepite da Hitler come una vetrina della superiorità del Reich. L'architettura monumentale degli impianti, la regia meticolosa della comunicazione, la presenza in ogni angolo dei simboli del nazismo: tutto era studiato per proiettare un'immagine di potenza inoppugnabile davanti al mondo intero. La mattina della finale, la situazione per gli americani sembrava disperata anche sul piano fisico. Don Hume, il capovoga dell'equipaggio — il rematore che detta il ritmo a tutti gli altri, il cuore pulsante della barca — era febbricitante. Le sue condizioni erano così precarie che la sua presenza in gara fu messa in dubbio fino all'ultimo momento. Salì comunque a bordo, quasi sorretto dai compagni.


Hitler aveva trasformato i Giochi in una macchina da propaganda: fu umiliato

Come se non bastasse, agli americani fu assegnata la corsia numero sei, la più sfavorevole di tutte: lontana dalle tribune, esposta al vento laterale, ai margini del campo visivo dei giudici. La Germania era ovviamente in corsia privilegiata, circondata da una folla immensa che la incitava con un fragore assordante. Hitler osservava dalla tribuna d'onore. A metà gara, gli Stati Uniti erano ultimi. Le speranze di un'impresa sembravano definitivamente svanite. Fu allora che accadde qualcosa di difficilmente spiegabile con la sola fisiologia sportiva. Bobby Moch, il timoniere, urlò ai compagni di alzare il ritmo. Don Hume, nonostante la febbre, trovò riserve di energia che sembravano inesistenti. L'equipaggio rispose come un sol uomo, con quella sincronia silenziosa che Pocock aveva insegnato loro a costruire mattone dopo mattone. Negli ultimi cinquecento metri, la barca americana cominciò a rimontare con una progressione impressionante, sorpassando prima l'Italia, poi la Gran Bretagna, poi la Germania. I ragazzi americani tagliarono il traguardo per primi. Sugli spalti, il silenzio della tribuna tedesca fu più eloquente di qualsiasi commento.

Quella medaglia d'oro aveva un peso che andava ben oltre il canottaggio. Otto figli di operai e contadini americani, cresciuti senza privilegi né risorse, avevano sconfitto la Germania nazista davanti al suo stesso Führer, in casa sua, nel mezzo di una cerimonia costruita per celebrare la grandezza del Reich. Era una risposta democratica e silenziosa a un regime fondato sulla retorica della razza e del destino. Joe Rantz tornò in America con la medaglia e, più importante, con qualcosa che aveva cercato per tutta la vita: la certezza di appartenere a qualcosa di più grande di sé. Sposò Joyce, costruì una famiglia, e per decenni custodì quella storia come un segreto prezioso, quasi riservato. Solo verso la fine della sua vita, grazie all'incontro con lo scrittore Daniel J. Brown, la vicenda trovò finalmente la sua voce pubblica nel libro The Boys in the Boat del 2013, bestseller internazionale che ha restituito a questi ragazzi la memoria che meritavano. Dieci anni dopo, George Clooney ne ha tratto il film omonimo, portando la loro impresa sugli schermi di tutto il mondo. Una storia di povertà, riscatto e fiducia reciproca. Una storia che dimostra come a volte, nei momenti più improbabili, una barca possa diventare qualcosa di molto più grande di una barca.

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