Omicidio di Foiano
Letizia Girolami, la zappa e Irfan Rana Muhammad
Chiesto l'ergastolo per Irfan Rana Muhammad, il pakistano di 37 anni accusato dell'omicidio della psicoterapeuta Letizia Girolami, 72 anni, assassinata a colpi di zappa a Poggi Grassi nel comune di Foiano della Chiana il 5 ottobre 2024. Il pm Angela Masiello ha concluso così la requisitoria formulando alla Corte d'Assise di Arezzo la richiesta del massimo della pena, ritenendo l'imputato - ex fidanzato della figlia della vittima - non meritevole delle attenuanti ed anzi qualificando il delitto come aggravato dai futili motivi e dalla crudeltà.
Il pubblico ministero in merito ai violenti colpi inferti alla Girolami nella campagna aretina vicino a Pozzo della Chiana - ha anche citato l'omicidio di Giulia Cecchetin a proposito della crudeltà (che in quel caso non fu riconosciuta a Filippo Turetta nonostante le 17 coltellate, suscitando perplessità) riproponendo il tema giuridico. Secondo Angela Masiello quel pomeriggio a Poggi Grassi ci fu crudeltà perché l'omicida dopo il primo colpo alla testa della vittima, con la zappa, causando un trauma già mortale, infierì in modo eccessivo e gratuitamente feroce
sulla donna, esanime a terra, facendo sfacelo del suo capo. Oltre a questa aggravante, per l'accusa, c'è anche quella dei futili motivi. Non fu né femminicidio né c'erano in ballo soldi da sottrarre o altre finalità, ma nella testa del giovane pakistano scattò la molla omicidiaria perché non sopportava più l'arrabbiatura di Letizia verso il marito: era successo che nel corso di un temporale, il giorno precedente, erano scappati i pulcini di pavone ai quali teneva molto. E di questo attribuiva responsabilità al marito. Sua intenzione era far fare pace ai coniugi, invece eliminò la donna.
Il pm ha ricostruito cosa avvenne il pomeriggio del 5 ottobre: Irfan, ex fidanzato della figlia di Letizia, ancora ospite nella loro casa, insieme alla donna aveva provveduto a trapiantare delle piante. Poi la uccise. Quindi realizzò con un video inviato a Letizia per precostituirsi un alibi, si liberò della zappa, partì per Prato. Cercò di insinuare il dubbio che fossero entrati estranei nel podere. I carabinieri arrivarono a lui rapidamente: sangue sulle scarpe con dna che lo inchioda, tracce anche sulla zappa ritrovata successivamente.
Ha confessato tre volte. Ma, secondo il pm, ha mantenuto un atteggiamento non pienamente collaborativo, anche aggressivo e inquietante ("Ho ucciso una persona posso ucciderne altre", rivolto a inquirenti e gip). La parte civile, per figlia e marito della vittima, con gli avvocati Tommaso Ceccarini e Stefano Del Corto ha aderito alla ricostruzione chiedendo risarcimenti: rispettivamente, 450 mila euro e 400 mila euro, o altra cifra che verrà ritenuta congrua.
La difesa, prima dell'udienza ha riproposto il tema del disturbo mentale dell'imputato, meritevole di perizia, che è stata negata. Una nuova diagnosi redatta nel carcere di Perugia dove Irfan è detenuto, parla di disturbo schizoaffettivo di tipo depressivo. Dalle 12.30 l'arringa dell'avvocato Maria Fiorella Bennati per la difesa dell'imputato che rischia l'ergastolo. In giornata prevista la sentenza che sarà pronunciata dal presidente Anna Maria Loprete, che guida la corte con a latere il giudice Giorgio Margheri e i sei giudici popolari.
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