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Il fenomeno

Abdon Pamich, la vera storia del bambino che da esule diventò campione della marcia. L'oro alle Olimpiadi

Uno dei simboli del tacco e punta, la disciplina più dura e impegnativa dell'atletica leggera

Julie Mary Marini

10 Febbraio 2026, 21:05

Abdon Pamich, la vera storia del bambino del bambino che da esule diventò campione della marcia. L'oro alle Olimpiadi

Abdon Pamich ieri e oggi, in pista con la maglia dell'Italia e alla Camera

Abdon Pamich. Il campione ben prima dell'esule. Questo è stato Pamich. Un campione. Un fenomeno in grado di vincere un oro e un bronzo alle Olimpiadi, due titoli europei (e un argento) e tre ai Giochi del mediterraneo. In quella che è la disciplina più faticosa dell'atletica leggera, la marcia. Un atleta in grado di raccogliere l'eredità di Ugo Frigerio (3 ori olimpici) e Pino Dordoni (anche lui oro olimpico), orme poi seguite da Maurizio Damilano (Mosca 1980), Ivano Brugnetti (Atene 2004), Alex Schwazer (Pechino 2008) e Massimo Stano (Tokio 2021). Ma Abdon Pamich non è stato soltanto un campione olimpico. È stato, prima ancora, un bambino costretto a lasciare tutto. Una casa, una lingua, una sicurezza. È stato uno dei tanti italiani dell’Istria che, nel secondo dopoguerra, conobbero l’esilio prima ancora della giovinezza. E proprio lì, in quella partenza forzata da Fiume — oggi Rijeka — comincia la sua storia. Nasce il 3 ottobre 1933, quando l’Adriatico orientale era ancora Italia. Aveva dodici anni quando la guerra finì e il confine cambiò. La sua famiglia scelse l’esodo. Abdon diventò un profugo, uno dei tanti ospitati nei campi, tra precarietà, promiscuità e silenzi. Non amava raccontare quel periodo con toni drammatici. Lo faceva con pudore. Ma chi lo ha conosciuto sa che quella ferita non si è mai rimarginata del tutto.


Abdon Pamich con alcuni dei trofei vinti in carriera

È in quegli anni difficili che Pamich impara una lezione fondamentale: resistere. Non scappare. Andare avanti, passo dopo passo. Si stabilì prima in Liguria, poi definitivamente a Gorizia, città di confine, quasi simbolica per uno come lui. Lì iniziò a lavorare giovanissimo. Lì scoprì l’atletica. Non fu amore a prima vista. Provò diverse discipline. Corse, saltò, sperimentò. Poi incontrò la marcia. Una specialità dura, poco glamour, quasi invisibile al grande pubblico. Ma perfetta per chi aveva dentro una capacità rara: soffrire in silenzio. La marcia richiede tecnica, controllo, disciplina mentale. Non basta andare forte: bisogna farlo rispettando regole rigidissime. Un errore, una flessione, e sei squalificato. È una lotta continua tra corpo e coscienza.

Pamich capì che quella era la sua strada. Il talento cresce rapidamente. Negli anni Cinquanta entra stabilmente nella nazionale italiana. Vince titoli, si afferma a livello europeo. Arriva così alle Olimpiadi di Roma del 1960, in casa, davanti al suo Paese. Nei 50 chilometri di marcia conquista la medaglia di bronzo. È un risultato enorme. Ma per lui non è un traguardo: è un avviso. Roma gli dà visibilità, ma anche consapevolezza. Capisce di essere competitivo con i migliori al mondo. Capisce che, se regge ancora qualche anno, può puntare all’oro. Il 21 ottobre 1964, a Tokyo, Abdon Pamich scrive la pagina più luminosa della sua carriera e una delle più belle della storia dell'atletica leggera italiana. 

La stretta di mano tra il presidente Sergio Mattarella e Abdon Pamich

La gara dei 50 chilometri è massacrante. Ore di fatica, chilometri infiniti, dolori che diventano compagni di viaggio. Pamich parte controllato. Non si fa prendere dall’ansia. Studia gli avversari. Aspetta. Negli ultimi chilometri è solo. Cammina verso il traguardo con il volto scavato, il passo ancora regolare, la mente lucidissima. Taglia il traguardo per primo. È campione olimpico. Per l’Italia è una gioia immensa. Per lui è qualcosa di più: è un risarcimento simbolico alla sua infanzia perduta, alla sua storia spezzata. Abdon Pamich non è mai stato un personaggio costruito. Non ha mai amato le frasi fatte, è rimasto sempre fedele ad uno stile sobrio, quasi austero, in linea con le fatiche che detta l'arte del tacco a punta. 

Pamich (a destra) all'Altare della Pace nel 2024

Dopo Tokyo il campione Abdon Pamich ha continuato a gareggiare ad alto livello. Vinse numerosi titoli italiani, partecipò a Europei e Giochi del Mediterraneo, diventò un riferimento assoluto della marcia. Lo è stato e continua ad esserlo anche oggi, indicato insieme a Frigerio, Dordoni e Damilano un vero e proprio simbolo della marcia italiana. Un mito. Un atleta capace di scrivere a lettere d'oro il suo nome nei libri dell'olimpiade. Ma il suo valore non si misura solo in medaglie. E' stato anche allenatore, dirigente, educatore sportivo. Ha lavorato per decenni a Gorizia, formando giovani atleti e trasmettendo un’idea precisa di sport: rigore, rispetto, onestà. In un’epoca in cui lo sport diventava sempre più spettacolo, Pamich è rimasto sempre fedele alla fatica silenziosa.


Abdon Pamich al traguardo di una gara

Ha parlato spesso dell’esodo giuliano-dalmata. Non con rancore. Con lucidità. Con il desiderio di non far dimenticare. Ha scritto libri, partecipato a incontri, testimoniato nelle scuole. Non per cercare compassione, ma per spiegare cosa significa perdere tutto e ricominciare. Come ha fatto questa mattina, martedì 10 febbraio, alla Camera dei deputati, dove ha partecipato alla cerimonia ufficiale del Giorno del Ricordo. L’evento — organizzato per commemorare le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmatо dopo la Seconda guerra mondiale — ha visto la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dei Presidenti di Camera e Senato e delle più alte cariche istituzionali italiane. Che a lungo hanno applaudito Abdon Pamich, lucidissimo, che con un messaggio tanto breve quanto diretto, perfetto nel suo stile, ha sottolineato ancora una volta l'importanza di non dimenticare la tragedia delle foibe e dell'esodo.

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