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L'EDITORIALE

Sospesi in una Bolla amaranto in attesa della gioia infinita

Francesca Muzzi

26 Aprile 2026, 09:41

I tifosi dell'Arezzo

I tifosi dell'Arezzo

Ci avevamo creduto che contro il Ravenna sarebbe stato scacco matto al campionato e lo stesso abbiamo pensato contro l'Ascoli. Ma mai ci saremmo immaginati che oggi, 26 aprile 2026, 26-20-26, ci saremmo giocati tutto nell’ultima partita. Invece eccoci qua. Dentro uno stadio che di più non ne può contenere. Uno stadio che per quattro volte ha vissuto le stesse emozioni. Oggi, però, c'è qualcosa di diverso. Non è una partita passerella.

Di solito si dice e si scrive che le squadre che giocano con chi ha già vinto il campionato, sono invitate speciali alla festa promozione. Oggi no. Arezzo e Torres anelano questi tre punti come chi ha fame d’aria. La Torres per evitare i play out, l'Arezzo per quel sogno chiamato serie B. Praticamente una stagione in novanta minuti. Un campionato dentro una sola partita, come se tutto quello che è successo finora si fosse d'un tratto annullato. Sparito. Aveva ragione Bucchi a dire che "due partite avrebbero fatto storia a sé". Pineto e Torres, appunto.

Dentro il Comunale ci incamminiamo dopo una settimana di attesa. Come sospesi in una Bolla amaranto (lettera maiuscola non a caso) amaranto. Aspettando sempre qualcosa. I biglietti in più, il Comitato d'ordine e di sicurezza, il Gos. Giorni e minuti interminabili. E poi arriva 26-20-26. Nella smorfia napoletana il 26 è legato alla famiglia (amaranto), ai giovani (tifosi) e il 20 alla festa. Fate voi.

Intanto noi ci facciamo un giro per Arezzo e con gli occhi rivolti in su, anziché allo schermo del cellulare, vediamo le bandiere sventolare piano, come a prendere la rincorsa, e una città addobbata come non c’era da oltre 20 anni. Da quel 25-20-04. Chi è nato dopo, se la prende con i suoi genitori, perché non sa quello che si è perso! È il calcio, bellezza. La magia del pallone che fa rotolare via i pensieri di sempre. Se andiamo in B... e giù voti, come in un rito tribale. Tra sacro e profano. Tra una visita alla Madonna del Conforto e una manciata di sale sulla porta avversaria.

Il cuore, che più passano i minuti e più comincia a battere sempre più forte. È l'Arezzo e oggi non ce n'è per nessuno – così ripetono i tifosi – perché questa città, la tifoseria, quella Curva che porta il nome di Lauro Minghelli, meritano la B e meritano di rivivere gioie importanti. Don Alvaro ha chiesto la cittadinanza onoraria al presidente Manzo, quel Guglielmo da Roma, primo presidente "straniero" a conquistare (speriamo) la seconda lettera dell’alfabeto dopo averci ridato la terza. "Arezzo agli aretini", era il grido – allora con ragione – quando nel 2018 una città intera si mise in testa di salvare il Pallone. E lo fece. Poi in pieno Covid arriva Guglielmo da Roma che all'inizio tutti guardano con scetticismo, ma che dimostra, coi fatti, di volere bene a questa città e di volerla portare sempre più su. Oggi Arezzo si rispecchia nella sua centenaria identità calcistica. Oggi, 26-20-26 allo stadio c'è la Partita che all’aretino fa scordare il Saracino.

Siamo ancora tutti sospesi nella Bolla amaranto. Svegliateci alle 16.30. E che sia gioia infinita.

 

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