Ambiente
In branco i lupi sono meno pericolosi
Non sempre più lupi significano più danni. Anzi, in alcuni casi accade il contrario. Emerge da una ricerca scientifica pubblicata sulla rivista internazionale Biological Conservation e condotta da un gruppo di studiosi dell’Università di Pavia, che ha analizzato per anni la dieta del Canis lupus in Liguria. Il risultato è destinato a incidere sul dibattito politico e gestionale: i lupi che vivono in branchi strutturati attaccano meno il bestiame rispetto agli individui solitari, spesso giovani in dispersione. Una conclusione che ridimensiona l’idea diffusa di una predazione sistematica ai danni degli allevamenti e invita a leggere il conflitto uomo lupo in chiave ecologica, non emotiva.
Un’analisi durata 5 anni
Tra il 2008 e il 2013 i ricercatori hanno raccolto 1.457 campioni fecali su un’area di 5.343 km² in Liguria, estesa dal livello del mare fino a 2.153 metri di altitudine, comprendendo porzioni dell’Appennino settentrionale e delle Alpi occidentali italiane, fino al confine francese. Il lavoro si è basato su tecniche di genetica non invasiva: il Dna estratto dai campioni ha permesso di identificare con precisione i singoli individui, distinguendo i lupi dai cani e dagli eventuali ibridi. Un passaggio metodologicamente cruciale, soprattutto in territori dove la presenza di cani vaganti può alterare le attribuzioni delle predazioni. Attraverso l’analisi microscopica dei resti presenti nelle feci — peli, frammenti ossei, tessuti — è stata poi ricostruita la composizione della dieta. In totale sono stati identificati 58 lupi, tra individui appartenenti a branchi stabili e soggetti solitari o in fase di dispersione. È proprio dal confronto tra questi due gruppi che emergono le differenze più rilevanti.
L'alimentazione dei lupi in branco è diversa dai solitari
Cosa mangiano davvero i lupi liguri
I dati mostrano che la dieta del lupo in Liguria è composta prevalentemente da ungulati selvatici, che rappresentano il 64,4% delle prede consumate. In particolare: il cinghiale e il capriolo. Il bestiame costituisce il 26,3% della dieta complessiva, quindi una quota significativa ma non predominante. Tra gli animali domestici, le capre risultano le prede più frequenti. Il dato più interessante, però, non è tanto la percentuale complessiva, quanto la distribuzione del consumo tra individui socialmente strutturati e lupi solitari.
Vivere in branco riduce le predazioni
Lo studio evidenzia che la quota di animali d’allevamento nella dieta è significativamente inferiore nei branchi sociali stabili. Al contrario, i lupi solitari — spesso giovani in dispersione alla ricerca di un territorio — includono più frequentemente bestiame nella propria alimentazione. La spiegazione risiede nella biologia comportamentale della specie. Il lupo è un predatore sociale: un branco stabile possiede strategie di caccia cooperative consolidate e può abbattere con maggiore efficienza prede selvatiche energeticamente più redditizie e abbondanti. L’accesso condiviso alle risorse e la cooperazione riducono la necessità di ricorrere a prede domestiche, spesso più accessibili ma anche più rischiose. Gli individui solitari, privi del supporto del gruppo e costretti a esplorare nuovi territori, tendono invece a optare per opportunità alimentari più immediate, tra cui il bestiame non adeguatamente protetto.
Secondo lo studio va favorita la stabilità sociale dei branchi
Prede naturali, boschi e prevenzione
L’analisi statistica condotta dai ricercatori mostra che la pressione sul bestiame diminuisce in presenza di: comunità ricche e diversificate di ungulati selvatici; maggiore percentuale di boschi decidui, habitat favorevole alle prede naturali; efficaci misure di prevenzione negli allevamenti. In altre parole, dove la disponibilità di prede selvatiche è elevata e il paesaggio offre habitat idonei, il lupo tende a preferire risorse naturali. Parallelamente, strumenti come recinzioni elettrificate, sistemi di protezione e gestione attenta dei pascoli si confermano determinanti nel contenere le predazioni. Il conflitto, quindi, non dipende unicamente dalla presenza del lupo (su cui ad ogni modo vanno condotti studi di gestione) ma da un intreccio di fattori ecologici, strutturali e gestionali.
Meno abbattimenti, più stabilità
Le conclusioni dello studio sembrano in parte paradossale, ma è questa la conclusione a cui sono arrivati gli esperti che hanno condotto la ricerca. Interventi che frammentano i branchi — come abbattimenti non selettivi oppure il bracconaggio — possono produrre effetti controproducenti, aumentando il numero di individui solitari e quindi la probabilità di predazioni sul bestiame. Al contrario, favorire la stabilità sociale dei branchi, sostenere la gestione delle popolazioni di ungulati selvatici e rafforzare le misure preventive negli allevamenti rappresentano strategie coerenti con l’evidenza scientifica. La ricerca pubblicata su Biological Conservation non si limita dunque a descrivere un comportamento alimentare: propone un cambio di paradigma. La coesistenza tra attività pastorali e lupo non passa attraverso la mera riduzione numerica della specie, ma attraverso una gestione integrata degli ecosistemi e del territorio. Il "lupo solitario", dunque, è più pericoloso e difficile da gestire di un branco che ha le sue regole naturali. In un contesto europeo in cui il lupo sta tornando a occupare molte aree storiche, il messaggio è netto: la stabilità sociale del branco è un alleato, non un nemico, della convivenza.
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