Moto
Fabrizio Meoni all'arrivo della Dakar 2001
Se c'è una data che più di tutte esprime il mito di Fabrizio Meoni, non è quella della nascita, il 31 dicembre 1957, a Castiglion Fiorentino, e non è quella del tragico incidente in Mauritania, l'11 gennaio 2005 a Kiffa, recentemente celebrato, ma è il 21 gennaio 2001, il giorno della sua prima vittoria alla Dakar.

Venticinque anni fa esatti, nel giorno di oggi, fu il coronamento del sogno. L'apice di una vita trascorsa - aveva 43 anni - a scolpire il fisico e la mente per poter trionfare, un giorno, nella corsa delle corse nel deserto. Meoni era già re dei rally, ma gli mancava quel successo, la Dakar, che non ha eguali nelle competizioni di questo tipo e che all'epoca era ancora più dura e quindi più prestigiosa di oggi. Un trionfo che gli aprì le porte della gloria dopo tanta gavetta e che Fabrizio fu anche capace di replicare l'anno successivo.
Sì, il 21 gennaio 2001 è il giorno dei giorni nella vita sportiva e nell'esistenza di Fabrizio Meoni.
La prima moto da cross gliela aveva comprata il babbo, una Ancillotti, poi arrivò quella acquistata con i risparmi raccolti facendo la stagione come cameriere a Bellaria, quindi su su gara dopo gara, vittoria dopo vittoria.

Una traiettoria con obiettivo fisso, sempre quello: la Dakar. Ci fu il primo raid africano dove si ruppe il bacino. La determinazione lo spinse a ripartire subito, per il Perù, dove vinse l'Incas. Ecco la prima Dakar nel 1992 con la moto Yamaha costruita in officina. Nel 1994, la stoffa c'è e si vede: terzo assoluto con una Honda privata. Ma Fabrizio vuol diventare il numero 1. Pian piano arriveranno le moto ufficiali. I successi a Dubai, in Tunisia, Egitto che lo esaltano ma non lo appagano. Nel 1996 e 1997 infortuni e guasti. Nel 1998 il suo "merda!" gridato con rabbia contro i Gps andati in tilt buca lo schermo e lo rende simpatico al mondo dei motori.


Si arriva al magico 2001, 23esima edizione della Dakar. Il suo anno. In Mauritania, terra del destino, c'è la svolta della gara. In gara ci sono gli assi dell'enduro: Saintz, Nani Roma, Alcarons. Sfodera grinta e capacità, chi lo segue o si ritira o non ha il suo passo. Lui su Ktm cavalca le dune come nessuno mai. Luminoso l'abbraccio con la moglie Elena e il figlio Gioele (che da grande porterà a conclusione una Dakar nel nome del padre) al termine della tappa che precede la passerella sul Lago rosa. Che poi passerella non è, e colpisce tutti quell'audio che lo registra mentre parla con se stesso e con la moto negli ultimi chilometri "lunghi, lunghi, lunghi": "Concentrazione", "qui bisogna far piano che questi davanti non mi cadano addosso", "no moto, non mi tradire".

Quindi sul podio il sorriso, la gioia allo stato puro, la commozione: "Ho visto intorno al palco bambini sporchi", confida a padre Arturo Buresti, e arriva la decisione di aiutare l'Africa. Un campione con i piedi per terra e il cuore grande, il Gigante Buono, che decise di costruire scuole e lasciare opere buone nel Paese attraversato con la moto, il Senegal. Il ritorno a Castiglion Fiorentino è trionfale, tanti scoprono che oltre al calcio esiste altro.

L'anno dopo, 2002, Meoni non fa come Paganini e si ripete. Stavolta su una Ktm bicilindrica, pesantissima e potente. Un capolavoro a 44 anni. Doti di gran navigatore, forza, tenacia, equilibrio. Strategia. Tutti alle spalle. Il ragazzo di Castiglion Fiorentino ha creduto nel sogno, ha lavorato duramente affinché si realizzasse, aiutato anche dalla famiglia, sempre dalla sua parte.

Non sentiva mai fatica. È riuscito in un'impresa che sembrava solo riservata ad altri. "Quando parlavamo diceva: tra 50 anni mi piacerebbe essere ricordato per le mie vittorie alla Dakar, il rally più difficile e duro al mondo", ci rivela Elena. Oggi sono 25 anni dalla Dakar vinta da Meoni e l'eco del suo trionfo sportivo e umano non finirà mai, come il vento del deserto.
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