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Arezzo

Impiegati morti all'Archivio di Stato per l'argon: si va in appello. Sentenza impugnata da Procura e difesa dei condannati

Storia dolorosa e infinita sulle responsabilità nel decesso di Bagni e Bruni asfissiati dal gas uscito dall'impianto per errore

Luca Serafini

13 Febbraio 2026, 17:25

Impiegati morti all'Archivio di Stato per l'argon: si va in appello. Sentenza impugnata da Procura e difesa dei condannati

La tragedia all'Archivio di Stato

Impiegati morti all’Archivio di Stato per le esalazioni di gas argon, non è ancora finita. Ci sarà un processo di appello dopo la sentenza del 15 dicembre 2025 che ha stabilito quattro condanne per duplice omicidio colposo. A impugnare il verdetto del giudice Giorgio Margheri (“Quelle morti erano evitabili e dovevano essere evitate”) sono da un lato la procura di Arezzo, che rilancia su tre imputati assolti, e le difese condannati. I due ex direttori dell’Archivio e i responsabili del Servizio di prevenzione e sicurezza in primo grado sono stati ritenuti responsabili di quanto accadde per “negligenza, imprudenza e violazioni di norme di legge”. Ma il caso non è chiuso. Ognuno per la propria posizione, infatti, ritiene che la sentenza sia da rifare.

Era il 20 settembre 2018 ad Arezzo, quando per il malfunzionamento dell’impianto anti incendi nel palazzo in cima a Corso Italia ci fu una fuoriuscita di argon, gas inodore che elimina l’ossigeno. Benché non ci fosse fuoco da spegnere, la bombola espulse il gas e Piero Bruni e Filippo Bagni, i due impiegati che erano scesi a verificare nel vano tecnico perché era scattato l’allarme, ignari del pericolo, senza protezioni, morirono in pochi istanti asfissiati. Lunghissime e complesse le indagini, molto articolato il processo.

Oltre ai due ex direttori Antonella D'Agostino e Claudio Saviotti, sono stati condannati a un anno e otto mesi i componenti del Servizio per la sicurezza Monica Scirpa e Andrea Pierdominici, quest’ultimo a un anno e dieci mesi. Secondo le motivazioni della sentenza, depositate il 23 dicembre scorso, la tragedia derivò dalla mancata individuazione e gestione del rischio asfittico del gas argon, che si attivò erroneamente in un ambiente chiuso senza adeguate misure di sicurezza. I dipendenti non avevano ricevuto formazione sui pericoli letali dell’argon.

Margheri ha attribuito colpa al Servizio di Prevenzione e Protezione per non aver adottato misure, informato i lavoratori né impedito prassi pericolose, mentre i direttori sono stati ritenuti responsabili quali datori di lavoro, con le responsabilità penali che questo status implica. Un aspetto, questo, molto controverso, e che verrà riproposto in appello a Firenze dagli avvocati Roberto De Fraja e Simone De Fraja per Saviotti, e dagli avvocati Vincenza Saltarelli e Antonio Feroleto per D’Agostino. Dal Ministero pare non fossero arrivate mai neanche a loro informazioni chiare sulla pericolosità dell’argon. I direttori protestano la loro innocenza e chiederanno ai giudici fiorentini di essere assolti.

Non abbiamo informazioni sull’eventuale ricorso degli altri due condannati.

Gli altri 7 imputati del processo sono stati assolti. La procura di Arezzo, a parte sua, avrebbe impugnato per quello che riguarda i due addetti alla manutenzione e il soggetto che aveva ricevuto in subappalto quell’attività. Tra coloro che escono definitivamente di scena, con l’assoluzione che diventa petrtanto definitiva, ci sono il comandante dei vigili del fuoco di Arezzo che aveva dato l’avallo finale all’impianto per quanto di sua competenza e il geometra che aveva asseverato quell’impianto, difeso dall’avvocato Tiberio Baroni.

Parti civili nel processo sono gli avvocati Piero Melani Graverini, Riccardo Gilardoni, Luca Fanfani per i familiari delle vittime. Si va dunque verso il processo di secondo grado - la data verrà fissata più avanti - per una vicenda dolorosissima e senza precedenti, assurda. Filippo Bagni aveva 55 anni, Piero Bruni 59. Lo Stato ha conferito alle vedove una medaglia. Cerimonie, intitolazioni, memoria. Negato in sede civile dal ministero lo status di vittime del dovere in un luogo di lavoro che da asettico e tranquillo diventò trappola micidiale: nel vano tecnico mancava il sistema di ventilazione, non c’erano sensori che indicassero i bassi livelli di ossigeno e c’era perfino una valvola per lo sfiato del gas montata al contrario.

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