Sabato 07 Marzo 2026

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE INDIPENDENTE

DIRETTORE
SERGIO CASAGRANDE

×
NEWSLETTER Iscriviti ora

Arezzo

L'avvocato Luca Fanfani: "Il prossimo sindaco? Spero non politico. Angiolini grande occasione persa"

Il progetto sfumato, la politica, il referendum, il padre Giuseppe, il prozio Amintore, il Pd, Manuela Pisaniello sua moglie: il penalista a tutto campo

Luca Serafini

07 Marzo 2026, 07:01

Luca Fanfani

Luca Fanfani con Pisaniello, la moglie, e Angiolini

Luca Fanfani era pronto a supportare Sugar, senza candidarsi. Uomo di legge, era uscito allo scoperto in appoggio al progetto che doveva rompere gli schemi per il futuro di Arezzo, ma che è stato rigettato proprio da quel mondo moderato che doveva dargli credito.

- Avvocato, lei è stato fra i primi a rallegrarsi per la discesa in campo di Beppe Angiolini. Deluso?

Nemo propheta in patria si legge nel Vangelo: sono passati duemila anni, ma il detto è sempre attuale. Sono stato fra i primi a rallegrarmi per “Beppe Angiolini sindaco”, una novità assoluta nel panorama politico cittadino che - basta vedere chi c'era quel lunedì pomeriggio sotto i portici di Piazza Grande - aveva affascinato trasversalmente gran parte degli aretini che hanno dimostrato il proprio valore nelle imprese, nelle professioni, nell'associazionismo.

- Non la pensa così Vincenzo Ceccarelli, che ha detto che Beppe Angiolini ha avuto intorno gente che non lo ha rispettato e ne ha ‘carpito la buona fede’.

Non avrei mai creduto che Vincenzo Ceccarelli, che ritenevo persona giudiziosa, potesse abbandonarsi a un commento da hater, spingendosi ad affermare che Beppe Angiolini sarebbe stato circuito. Ma a chi allude? Forse al professor Pasquale Giuseppe Macrì, aretino illustre, professionista e umanista riconosciuto a livello nazionale nel campo medico e delle arti? O forse a Manuela Pisaniello (moglie dell'avvocato Luca Fanfani ndr), rea di aver osato lasciare un partito attraversato da logiche tribali che - e questa vicenda ne è triste conferma - concepiscono la politica anzitutto come demonizzazione dell'avversario? Sono parole gravi, offensive, in primo luogo nei confronti dello stesso Angiolini, il quale non è certo persona che si lasci circuire.

- Pare di capire che non condivida la scelta del Pd e dei progressisti di convergere su Ceccarelli.

Non sta a me. Da tempo, da quando il Pd ha subito una mutazione genetica dopo l'abbandono di Renzi, non condivido pressoché nulla delle politiche del Pd e del campo largo, tanto a livello nazionale quanto locale. E ne ho avuto conferma quando, anziché candidare un imprenditore del calibro del dottor Stefano Tenti o convergere su Marco Donati, si sono cimentati in uno stanco e posticcio rituale partitico, che ha puntualmente prodotto la tipica candidatura di apparato.

- Che sindaco serve ad Arezzo?

Da quando c'è l'elezione diretta, gli aretini non hanno mai votato un sindaco squisitamente politico, ma solo professionisti riconosciuti e stimati dal nostro territorio: il dottor Ricci, l'ingegner Lucherini, l'avvocato Fanfani, mio padre, l'ingegner Ghinelli. Spero vivamente che il prossimo sindaco sia una persona radicata nel tessuto professionale e imprenditoriale aretino, un degno rappresentante di Arezzo.

- Chi vincerà le prossime elezioni amministrative?

Spero un aretino Doc, non per una questione di natali, ma perché riconosciuto come degna espressione del nostro tessuto sociale ed economico.

- Avvocato Fanfani, lei non ha mai fatto politica, ma ne parla con evidente partecipazione. Perché?

Non mi sono mai impegnato in politica, ma ne sono sempre stato un attento osservatore e inevitabilmente attratto, avendone sempre respirato l'aria in famiglia. Però la professione di avvocato, e quella di penalista in particolare, se la vuoi fare seriamente, è un impegno senza sosta.

- In casa Fanfani il rapporto con la politica è anche una storia di famiglia.

Sì, ma è un rapporto che, ribadisco, esige un lavoro a cui accostare l'impegno politico. Il prozio Amintore ammoniva sempre che il buon politico deve anzitutto avere un lavoro, perché è il lavoro che ti rende libero, anche di dire dei no. Non a caso il primo articolo della Costituzione, “L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, lo ha scritto lui, che, negli intermezzi fra un incarico e l'altro, tornava con grande entusiasmo alla sua cattedra e ai suoi libri di Storia delle dottrine economiche, oltre che a tele e pennelli.

- Come legge il quadro politico nazionale?

Stiamo assistendo a una ricomposizione del quadro politico con il ritorno a due blocchi: uno a vocazione maggioritaria e governativa e uno sempre più ideologico-movimentista. Il primo è a guida Meloni: non l'ho votata, ma devo dire che mi sono ricreduto, perché in questi anni ha dimostrato un talento politico e una concretezza, una realpolitik, notevoli.

- E il blocco guidato da Elly Schlein?

Schlein ha dato una connotazione da assemblea studentesca a una coalizione il cui collante è diventato l'assistenzialismo spinto e il mantra dell'“uno vale uno”, come se competenza e merito non esistessero. In questo scenario i riformisti, sia dentro il Pd sia ai margini della coalizione, non toccano palla, vengono tenuti come in una riserva indiana.

- Lei per chi vota?

Se la legge elettorale consentisse la creazione di un centro serio, lì mi collocherei. In una politica bipolare, in cui devi scegliere di qua o di là, se lo scenario non cambia, stavolta credo che il mio voto andrà al centrodestra. Oltre all'intelligenza politica della Meloni, mi colpisce sempre molto il contenuto delle interviste, per nulla scontate né accomodanti, di Marina Berlusconi, persona di grande intelligenza e perfettamente consapevole che Forza Italia debba essere una casa ospitale per tutti i liberali, capace di guardare oltre quel lungo referendum pro o contro Silvio Berlusconi che è stata la Seconda Repubblica.

- Che dice suo padre?

Mio padre è e rimane uno dei centristi fondatori del Pd e del centrosinistra, in cui il “centro” era animato dai Mattarella, da Castagnetti, Prodi, Rutelli. Una realtà che non esiste più, tant'è che oggi nel Pd si è tornati a chiamarsi “compagni” e dalle ceneri del centrosinistra è nato il campo progressista. Mi ha insegnato il rispetto del pensiero altrui e mi ha ammonito fin da piccolo che l'unico modo per provare a conservare libertà di pensiero e di azione è sforzarsi di primeggiare in quello che si fa; diversamente, per sopravvivere, si è costretti a piegare il proprio pensiero a logiche di appartenenza.

- Lei è un avvocato penalista: cosa voterà al referendum?

Convintamente sì. Il nostro è un sistema accusatorio bardotto, incompiuto. Nei sistemi accusatori, in tutto il resto del mondo, giudice e pubblico ministero sono separati. Noi siamo l'eccezione, non la regola. Con le carriere unificate restiamo in pochissimi. Tutto il mondo democratico contemporaneo ha le carriere separate. Lo stesso vale per il sorteggio. Palamara, già presidente dell'Anm, capo corrente e componente del Csm messo lì dalla magistratura, non dal Parlamento, non è stato, come è stato narrato, un'eccezione alla regola, ma, come lui stesso spiega nei suoi libri, la regola del funzionamento del Csm a gestione correntizia. Serve anche l'Alta Corte: si leggono assoluzioni disciplinari per fatti gravi dei magistrati che farebbero sorridere, se non ci fosse da piangere. La domanda vera dovrebbe essere un'altra: perché questa riforma arriva così in ritardo?

Newsletter Iscriviti ora
Riceverai gratuitamente via email le nostre ultime notizie per rimanere sempre aggiornato

*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy

Aggiorna le preferenze sui cookie