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Arezzo

Uccisa dal prete, famiglia rilancia richiesta danni alla Diocesi. Dodici anni senza tomba e senza certificato di morte

Primo maggio: nuovo anniversario tra i misteri nel caso di Guerrina Piscaglia a Cà Raffaello. Udienza a giugno

Luca Serafini

01 Maggio 2026, 06:31

Guerrina e Gratien

Guerrina e padre Graziano che sconta 25 anni

Ecco un altro primo maggio senza tomba per Guerrina Piscaglia. E senza certificato di morte. A distanza di 12 anni dal giorno della scomparsa sulla via della canonica di Cà Raffaello. Il sacerdote Gratien Alabi (padre Graziano, ridotto allo stato laicale) è ancora in carcere per omicidio e distruzione di cadavere. Il congolese ha scontato buona parte del quarto di secolo di condanna definitiva. Ora intravede fessure di semilibertà all'orizzonte. Ma intanto c'è un altro primo maggio senza verità. Con il marito Mirco e il figlio della donna uccisa (corpo mai trovato) che il 16 giugno rilanciano in appello la richiesta di risarcimento danni alla Diocesi di Arezzo Cortona Sansepolcro. Il giudice civile ha rigettato la prima istanza, ritenendo la Chiesa non responsabile di quanto commesso con le sue condotte da Alabi. È stato escluso il rapporto committente-dipendente nell'ambito ecclesiastico. Anche se per la sentenza, confermata dalla Cassazione, l'autore del delitto fu il vice parroco di Cà Raffaello, che era punto di riferimento della comunità, del quale la cinquantenne si era innamorata. E lui - religioso sopra le righe tra birre e avventure erotiche - l'avrebbe eliminata perché gli complicava la carriera. Gli avvocati Nicola Detti e Francesca Faggiotto tornano alla carica. I giudici potrebbero chiedere alle parti di trovare un'intesa. Vedremo.

Oggi a Cà Raffaello, isola di Toscana nell'Emilia Romagna, comune di Badia Tedalda, ciuffo di case lungo la Marecchiese, è un altro anniversario avvolto dal silenzio del mistero. A vuoto tutte le ricerche del corpo o dei resti svolte nella prima fase delle indagini (fine estate 2014) e successivamente, con cani molecolari, georadar, dragaggio di laghetti, esplorazioni nei cimiteri. Niente. L'ipotesi più probabile è che Guerrina sia stata gettata cadavere in un cassonetto e avviata così all'inceneritore dei rifiuti. Supposizioni, in uno dei gialli più intriganti della cronaca aretina e nazionale, con ombre di complici mai dissolte, un grumo di interrogativi sulla canonica e sulla sparizione (c'è pure chi ritiene Guerrina viva), e questo sacerdote di colore incarcerato e condannato che però si è sempre detto innocente e non ha voluto ammettere l'evidenza: manovrava lui il cellulare della vittima, per depistare. Fu incastrato da errori nell'uso dei cellulari. Per il resto niente DNA, impronte, prove schiaccianti del tipo pistola fumante. Anzi, così abile da essere rimasto nelle grazie della stessa famiglia di Guerrina per mesi, fin quando su input della catechista e dello zio della scomparsa, i tabulati disposti dalla procura lo catapultarono nel ciclone delle indagini dei carabinieri. C'era un quantitativo impressionante di contatti telefonici tra il prete e la parrocchiana, interrotti bruscamente quel pomeriggio dell'1 maggio quando Guerrina andò a piedi verso la canonica. E sparì. (Voleva venire a cucinare il coniglio e a fare l'amore disse lo stesso prete). No, non era un allontanamento volontario. Poco alla volta alla famiglia Piscaglia (sorelle, zio, nipoti) e alla famiglia Alessandrini (marito, figlio, suoceri) si svelò la trama del delitto ricostruita dagli inquirenti. Morta. Uccisa. Fatta sparire. Anche se per la burocrazia ufficiale Guerrina Piscaglia non è deceduta. Manca il certificato di morte. Un atto che senza cadavere o resti può scattare dopo complesso e impegnativo iter sollecitato dai familiari, già provati dalla vicenda, o su iniziativa della procura. Non c'è né l'una né l'altra cosa. Guerrina nel limbo. Un altro primo maggio di interrogativi aperti e mai chiusi su come e dove fu uccisa la donna, che fine fece il corpo, chi collaborò con Gratien Alabi. Dodici anni dopo non c'è una tomba, né un atto di morte, né un risarcimento (Alabi è nullatenente) per il figlio disabile al quale era tanto attaccata, che vive circondato dall'amore delle famiglie Alessandrini e Piscaglia.

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