Autunno inverno 26-27
La presentazione della collezione donna autunno inverno 2026-2027
Milano Fashion Week. Febbraio 2026. Tra tutte le sfilate della settimana, quella di Prada è ancora una volta quella di cui si parla di più, non necessariamente per i look più fotografati o per il guest più inatteso in prima fila, ma per quella sensazione strana che ti lascia addosso: sono stati appena ammirati dei vestiti, eppure si ha la sensazione di aver letto qualcosa. Di aver assistito a una conversazione. È questo il marchio di fabbrica di Miuccia Prada e Raf Simons. E la collezione donna autunno inverno 2026 non fa eccezione.
Prima ancora di parlare dei look, vale la pena fermarsi sul contesto. Il Deposito della Fondazione Prada, le navate larghe, la luce controllata, l'architettura che non urla ma accompagna. Non è un caso che Prada scelga sempre questo spazio per le sue sfilate donna. È un luogo che predispone all'attenzione, che invita a guardare davvero, non a scorrere come su un feed. La scenografia minimal fa il suo lavoro in silenzio: niente distrazioni, niente effetti speciali, niente fumo. Solo la passerella, le modelle, i vestiti. E in questo vuoto controllato, ogni dettaglio pesa il doppio.
Miuccia Prada insieme a Raf Simons
Il tema della collezione autunno inverno 2026 è la stratificazione. Ma attenzione: non stiamo parlando del classico gioco del maglione sopra la camicia o del cappotto come ultimo strato necessario contro il freddo. Qui Miuccia e Raf usano la sovrapposizione come linguaggio, quasi come metafora visiva di come funziona l'identità contemporanea. L'idea di fondo sembra essere questa: non siamo monodimensionali. Siamo fatti di livelli, di storie diverse che convivono, di contraddizioni che non si risolvono ma si indossano. E i vestiti lo rispecchiano alla lettera: cappotti portati sopra abiti leggerissimi quasi estivi, gonne che spuntano da sotto maglioni voluminosi, camicie che affiorano e spariscono tra i volumi, tessuti pesanti che dialogano con materiali quasi trasparenti. Ogni look sembra costruito per racconto, non per singolo scatto. Ed è proprio questo che lo rende interessante: funziona in movimento, non da fermo.
A livello stilistico, la collezione oscilla tra due poli apparentemente opposti. Da un lato c'è una precisione quasi architettonica: spalle definite, giacche strutturate, cappotti con linee nette che tagliano la figura in modo deciso. Dall'altro, una morbidezza inaspettata: gonne midi che scendono senza stringere, maglieria che avvolge senza opprimere, volumi spostati di qualche centimetro rispetto all'asse tradizionale — quel tanto che basta per rendere ogni silhouette leggermente asimmetrica, leggermente viva. La palette è quella che ci si aspetta da Prada in inverno: neri profondi, grigi, qualche testa di moro, inserti di colore usati con parsimonia ma con precisione chirurgica. Niente di gridato. Tutto calibrato.
Se c'è un elemento che distingue questa collezione e che vale la pena sottolineare, è l'uso deliberato dell'imperfezione. Cappotti e giacche mostrano segni di usura voluti — non come vezzo estetico fine a se stesso, ma come dichiarazione d'intenti. Orli leggermente irregolari, cuciture che non si nascondono, sovrapposizioni che sembrano quasi casuali ma sono studiate al millimetro. È un modo per aprire una conversazione su temi che la moda sta cercando - con risultati alterni - di affrontare da qualche anno: il valore di ciò che già esiste, il fascino di quello che ha una storia, la stanchezza verso il nuovo a tutti i costi. Prada non lo fa con slogan, non lo sbandiera in comunicato stampa. Lo mette direttamente nei vestiti. Ed è molto più efficace così.
Un altro momento della presentazione della collezione
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