Arezzo
Vittorio Feltri particolarmente toccato dalla vicenda
C’è un’immagine che in Italia non ha bisogno di spiegazioni. Vivere sotto un ponte non è una figura retorica: è il punto più basso della scala sociale, il luogo dove finiscono le esistenze che nessuno vuole vedere. Vittorio Feltri parte da lì per commentare la storia del senzatetto originario di Arezzo, ritrovato in arresto cardiaco sotto un ponte di Firenze e morto dopo 17 giorni di coma. Feltri descrive la strada come un meccanismo perverso, una trappola che funziona come le sabbie mobili: più ti muovi per cercare di salvarti e più sprofondi.
Non sapremo mai se C.F., da anni con problemi di droga, abbia cercato la morte o se l’abbia semplicemente subita, stremato da una condizione che non lasciava alternative. Feltri non si avventura in giudizi morali, non costruisce una tesi. Si limita a registrare un fatto che spiazza. In tasca aveva un biglietto scritto a mano. Un testamento, in qualche modo. Non per lasciare beni, denaro, oggetti. Non possedeva nulla di tutto questo. Quel foglio serviva a destinare ciò che restava di lui: i suoi organi. Il giornalista sgombra subito il campo dall’equivoco romantico: non c’è nessun clochard filosofo, nessun ricco che sceglie la povertà. Nessun tesoro nascosto. Eppure, scrive Feltri, il 25enne era ricco, anzi ricchissimo. Ricco di qualcosa che non si deposita in banca. Perché quel ragazzo ha deciso di donare i propri organi. Ha lasciato in eredità il suo corpo, la sua possibilità di salvare altri. Il gesto pesa ancora di più se messo accanto a ciò che il giovane ha ricevuto in vita: sguardi infastiditi, compassione distratta, spesso il vuoto assoluto. Feltri insiste su un punto che riguarda tutti: l’essere umano ha un talento straordinario nel rimuovere ciò che disturba, ciò che costringe a farsi domande scomode. Meglio voltarsi dall’altra parte, meglio non vedere chi ci ricorda che il confine tra sicurezza e caduta è più fragile di quanto crediamo.
Feltri, 83 anni, ammette che questa storia lo ha colpito in modo lacerante. Continua a pensarci, a quel ragazzo senza casa e senza futuro, ma capace di un gesto che molti, pur avendo tutto, non compiono mai. “Quante volte ci lamentiamo di non avere niente mentre abbiamo tutto”, scrive. C.F. non aveva niente. E ha donato tutto ciò che possedeva: se stesso. Per Feltri è qui che si misura la verità del dono. Non nel cedere una parte del superfluo, magari per alleggerire la coscienza, ma nel consegnarsi interamente. C.F. non ha lasciato oggetti, ha lasciato vita. Qualcuno tornerà a vedere con i suoi occhi. Un cuore continuerà a battere, un fegato, un pancreas faranno il loro lavoro, perché un ragazzo invisibile ha scelto di non esserlo almeno nell’ultimo atto della sua vita. La conclusione è amara e insieme luminosa. Feltri scrive di aver conosciuto poche persone davvero ricche come il 25enne e ricorda che anche quando sembra non esserci più nulla da fare, qualcosa si può sempre fare. Anche quando non si ha niente, si può ancora dare tutto.
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