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Il caso

Suicidio assistito, Libera non muove mani e braccia, ma ora può decidere di morire con gli occhi. Ha ottenuto il dispositivo fine vita

Il tribunale aveva ordinato la realizzazione dell'apparecchio per aiutare la 55enne a decidere quando andarsene: lo strumento è stato consegnato

Giuseppe Silvestri

18 Marzo 2026, 00:01

Suicidio assistito, Libera non muove mani e braccia, ma ora può fermare la sua vita con gli occhi. Ha ottenuto il dispositivo fine vita

Libera ha vinto la sua battaglia

Non può muovere le mani. Non può sollevare un braccio, stringere un oggetto, premere un tasto. Il corpo di Libera, toscana di cinquantacinque anni affetta da sclerosi multipla, è come pietrificato dalla tetraparesi spastica. Ma i suoi occhi si muovono. E adesso, quei due occhi che guardano il mondo da dentro una prigione di carne e nervi, sono diventati lo strumento con cui ha rivendicato il diritto di decidere della propria morte. Dopo due anni di attesa, rinvii, silenzi istituzionali e battaglie legali, la procedura si è conclusa nei giorni scorsi: il Consiglio nazionale delle ricerche ha consegnato un dispositivo prototipo, ordinato dal tribunale di Firenze, mai esistito prima, che collega un sistema di puntamento oculare a una pompa infusionale. Libera potrà attivarlo con lo sguardo. Potrà, se e quando vorrà, somministrarsi il farmaco letale in modo completamente autonomo.

La sua storia è la storia di uno Stato che conosce i propri diritti ma spesso fa finta di non trovarli. Nel marzo del 2023, Libera aveva presentato la richiesta alla sua Asl per la verifica delle condizioni necessarie al suicidio medicalmente assistito, quelle stabilite dalla sentenza Cappato della Corte costituzionale. Il comitato etico aveva dato parere favorevole. Eppure era rimasta ad aspettare. Un anno. Due anni. In una condizione dove ogni giorno ha il peso specifico di un'eternità. Il problema non era giuridico. Era fisico, e paradossale: il dispositivo normalmente usato per l'autosomministrazione del farmaco richiede la pressione di un tasto. Un gesto minimo, quasi automatico, per chi può muoversi. Impossibile, assoluto, per chi non riesce a muovere nemmeno un dito. Libera aveva il diritto, le condizioni, la lucidità, la volontà, ma il corpo non le permetteva di esercitarlo.

Il tribunale ha colmato quel vuoto con un ordine inedito: il Cnr avrebbe dovuto progettare e costruire un sistema su misura. Un ponte tra la volontà di una donna e il suo corpo immobile. Lo hanno fatto. Il dispositivo esiste, funziona, è stato collaudato e consegnato. Per la prima volta in Italia, è stata una istituzione dello Stato a rimuovere un ostacolo concreto all'esercizio di un diritto costituzionale nel fine vita. "Oggi mi sento finalmente libera", ha scritto lei stessa nel comunicato diffuso dall'Associazione Luca Coscioni. Non è retorica. È la parola di una donna che ha scelto il proprio nome come baluardo, che ha resistito, dice, non solo per sé, ma perché chi verrà dopo di lei, nelle sue stesse condizioni, non debba dipendere dal volere politico per esercitare un diritto che la giustizia ha già riconosciuto.

Ora chiede silenzio. Lo chiede ai giornalisti, al mondo, a chiunque abbia seguito la sua vicenda con attenzione o con curiosità morbosa. Vuole tempo, riservatezza, la possibilità di stare con le persone che ama e di vivere, o di non vivere più, secondo i propri tempi. Ha combattuto in pubblico una battaglia che avrebbe dovuto restare privata. Adesso vuole tornare a essere solo sé stessa. Filomena Gallo, l'avvocata che l'ha difesa e segretaria nazionale dell'Associazione Luca Coscioni, sottolinea l'ironia amara del momento: mentre il caso di Libera si chiudeva con una vittoria concreta, il Parlamento discute una proposta di legge del governo che punta a restringere, e se possibile annullare, quanto la Corte costituzionale ha già stabilito. Si discute di togliere diritti che esistono. Si legifera contro sentenze già scritte. La storia di Libera non è una storia di morte. È una storia di potere, quello di scegliere, che appartiene a ogni persona e che nessuna paralisi, nessuna burocrazia, nessun silenzio politico dovrebbe poter sottrarre. Con gli occhi, lei ha guardato in faccia un sistema che la ignorava. E ha vinto.

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