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Commercio

Chiude un altro storico negozio. Per 100 anni ha venduto scarpe a tutta la vallata. La storia di Dina Calzature

Alessandro Ravagni e la moglie Tatiana Roggi: "Grazie ai nostri clienti. Ora ci godremo il tempo libero"

Julie Mary Marini

15 Gennaio 2026, 06:01

Dina Calzature

Ultimi giorni di vendite per Dina Calzature

Chiude dopo cento anni un altro storico negozio. Una vera e propria istituzione del mondo del commercio. Dina Calzature è (tra poco era) in provincia di Siena, ma nel suo secolo di vita ha servito a lungo clienti dell'intera Valdichiana e non solo. Un punto di riferimento per Bettolle e Sinalunga, ma anche per i borghi dei dintorni, compreso Foiano della Chiana, Lucignano e tanti altri centri in provincia di Arezzo. Un negozio di scarpe storico che per anni ha accompagnato generazioni di clienti chianini. Da qualche settimana è iniziata la svendita totale della merce che proseguirà fino al 20 febbraio, poi saranno abbassate le saracinesche. È una decisione presa con serenità dai titolari, Alessandro Ravagni e la moglie Tatiana Roggi (figlia di Dina Bernardini, fondatrice dell'attività) che dopo anni di lavoro intenso hanno scelto di ritirarsi, godendo di un meritato riposo. Non sono problemi di bilancio a spiegare la scelta: il negozio vanta una clientela solida e affezionata, con afflussi storici da tutto il comprensorio. "Andiamo in pensione, non avevamo particolari difficoltà, il lavoro c’era e la clientela pure. Ma abbiamo deciso di fare una scelta serena, per poterci finalmente riposare un po’ e goderci più tempo libero", ha spiegato Ravagni, evidenziando come l’impegno richiesto dalla gestione di un’attività di prossimità sia diventato nel tempo sempre più gravoso.

Lo storico negozio di Bettolle, Dina Calzature

La clientela, aggiunge, è dispiaciuta, ma inevitabilmente tutti avvertono come il commercio tradizionale sia cambiato radicalmente negli ultimi decenni, con la crescita dell’online e dei centri commerciali. Roggi, che nel negozio era cresciuta fin dall’infanzia, ringrazia fin da ora tutti i clienti per i decenni di fiducia, ricordando la vocazione fiorente e la visibilità nel tempo del negozio nel panorama commerciale della Valdichiana. La storia di Dina Calzature non è un caso isolato, ma incarna un fenomeno di più ampio respiro che interessa l’intero sistema commerciale italiano. Una tendenza che accomuna i borghi toscani al resto d’Italia. Negli ultimi anni il commercio al dettaglio del Belpaese ha attraversato una fase di profonda trasformazione, in cui la chiusura di negozi tradizionali e di prossimità sembra seguire una curva in costante crescita. Tra il 2012 e il 2024 sono scomparsi circa 118.000 negozi, con una riduzione del 21,4% delle attività commerciali su strada, secondo un’analisi di Confcommercio e del Centro Studi Tagliacarne. Il 2024 è stato segnato da un forte squilibrio tra cessazioni e nuove aperture: 61.634 negozi hanno chiuso, mentre soltanto 23.188 sono state le nuove attivita. Tre chiusure ogni apertura.

Dati di un fenomeno che è definito desertificazione commerciale, ovvero la progressiva scomparsa di negozi di vicinato nei centri urbani e storici, con implicazioni non solo economiche ma anche sociali sulla vivibilità dei quartieri e sulla qualità della vita delle comunità. La crescita delle vendite online e la concorrenza dei grandi centri commerciali non sono gli unici fattori in gioco, ma rappresentano una componente strutturale del cambiamento: molte attività faticano a competere su prezzi, convenienza e assortimento offerti dalle piattaforme digitali

Quale è il futuro del commercio? Le tendenze attuali non lasciano presagire un’inversione di rotta. Alcuni studi indicano che, senza interventi strutturali e politiche di sostegno mirato, il ritmo di chiusure potrebbe continuare se non addirittura accelerare. In alcuni scenari macroeconomici, si stima che entro il 2035 potrebbe scomparire un ulteriore 20% dei negozi fisici presenti oggi, in assenza di misure correttive. Storie che purtroppo si ripetono: i titolari di un negozio arrivano alla fine del percorso lavorativo, ma non ci sono né eredi né altri imprenditori interessati a prendere il loro posto. La domanda che sempre più territori si pongono è se si possa trovare un equilibrio tra il nuovo paradigma dei consumi digitali e la preservazione di una rete di negozi di prossimità che non solo soddisfi bisogni materiali, ma contribuisca anche alla coesione sociale e alla vitalità dei centri storici. Soprattutto dei piccoli borghi. 

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