Occupazione
Arrivano i super manager per tagliare la spesa pubblica
Paradosso Italia: assumere dirigenti da centomila euro l’anno per insegnare allo Stato a risparmiare. Quasi trecento nuovi funzionari saranno chiamati a incidere con il bisturi nei conti pubblici, con un manipolo di elevate professionalità pagate come top manager privati e investite di una missione delicata, quasi simbolica, in tempi di austerità programmata. Trentatré di loro potranno arrivare a stipendi a sei cifre. Il compito, sulla carta, è semplice: osservare, misurare, tagliare. Nella realtà, significa entrare nei gangli della spesa statale e provare a dimostrare a Bruxelles — e prima ancora ai mercati — che l’Italia sa governare se stessa. Il bando è online, scade martedì 27 gennaio 2026 e promette posti a tempo indeterminato per chi accetterà di diventare il nuovo volto della spending review. Non consulenti esterni, ma funzionari interni, distribuiti nei ministeri, incaricati di rendere “strutturale” il controllo delle uscite. Un lessico che dice molto della stagione che si apre: non interventi una tantum, ma sorveglianza permanente.
Il contesto è quello imposto dalla legge di bilancio appena entrata in vigore. Oltre dieci miliardi di correzioni in tre anni, tra impegni rinviati e risorse cancellate. E poi i target crescenti di riduzione della spesa corrente: mezzo miliardo nel 2026, settecento milioni l’anno dopo, oltre un miliardo nel 2028. A questi si sommano i risparmi mirati chiesti ai ministeri, con una curva che parte da poco più di trecento milioni e arriva a superare il miliardo. Numeri secchi, che raccontano una pressione costante, figlia degli impegni europei e del Pnrr. In questo scenario arrivano i nuovi tecnici del risparmio. Il Ministero dell’Economia ne tratterrà undici tra i più qualificati, l’Interno dieci, Cultura e Turismo sei ciascuno. Ma la vera massa critica finirà altrove: Esteri, Università, Lavoro, Agricoltura. Entro giugno 2026 ogni dicastero dovrà presentare il proprio Piano di analisi e valutazione della spesa. Un esercizio che sulla carta serve a migliorare la programmazione finanziaria, nella pratica a dimostrare che qualcuno, finalmente, guarda dentro le pieghe dei bilanci.
Resta la fotografia politica, inevitabile: per tagliare si investe. Per ridurre la spesa si assumono dirigenti pagati come manager. Non è una contraddizione solo italiana, ma qui suona più forte, perché cade in un Paese dove il controllo dei conti è spesso evocato come emergenza permanente e raramente raccontato come lavoro quotidiano. Il concorso, per chi guarda dall’esterno, è quasi un manuale di burocrazia contemporanea: cittadinanza Ue, diritti civili intatti, nessuna macchia nella carriera pubblica, domanda digitale sul portale inPa Hook, Spid o Carta d’identità elettronica, profilo da aggiornare, dieci euro di tassa via pagoPa. Tutto ordinato, tutto tracciabile. Come dovrebbe essere, del resto, anche la spesa che questi nuovi funzionari andranno a sezionare. Alla fine, il messaggio che passa è chiaro: la stagione dei tagli non si improvvisa più. Si professionalizza. Si mette a bando. Si retribuisce bene. Con la speranza — non dichiarata ma evidente — che chi costa centomila euro l’anno riesca a farne risparmiare molti di più. E che, questa volta, la spending review smetta di essere uno slogan e diventi davvero un mestiere. Il sistema Italia ce la farà stavolta?
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