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Settore moda in crisi, in Toscana persi 3.800 posti di lavoro. Filiera strategica sotto assedio, artigiani sempre più in affanno

Nel 2025 ammortizzatori sociali per 8 mila lavoratori. Serve un patto di sviluppo e coesione per affrontare una fase sempre più complessa

Giuseppe Silvestri

17 Marzo 2026, 11:14

Moda crisi

Settore moda sempre più in crisi

La crisi del settore moda e la perdita di posti di lavoro. C’è un dato che più di ogni altro restituisce la dimensione del fenomeno: in Toscana la filiera della moda rappresenta circa il 40% dell’occupazione manifatturiera e il 5% del pil. Numeri che spiegano perché, quando questo comparto rallenta, non si tratta di una crisi settoriale ma di un vero shock sistemico. È da qui che parte l’analisi politica e industriale illustrata da Brenda Barnini, presidente della commissione Sviluppo economico e rurale della Regione Toscana. Una crisi che ormai dura da oltre 22 mesi e che nel solo 2025 ha già prodotto la perdita di 3.800 posti di lavoro, concentrati soprattutto nella galassia silenziosa delle piccole e piccolissime imprese.

Filiera fondamentale per l'economia della Toscana

A questi si aggiungono circa 8.000 lavoratori coinvolti negli ammortizzatori sociali, segnale di una difficoltà diffusa ma per fortuna ancora in parte contenuta. I numeri trovano riscontro nelle elaborazioni di Irpet e nei dati ufficiali di Istat, che da mesi evidenziano un rallentamento della produzione nel comparto tessile-abbigliamento, con cali significativi soprattutto nell’export verso mercati chiave come Cina e Stati Uniti. Secondo Istat, nel 2025 il settore moda italiano ha registrato una flessione della produzione industriale superiore alla media manifatturiera, confermando una fase ciclica negativa dopo il rimbalzo post-pandemia.

Il cuore della questione, tuttavia, non è soltanto congiunturale. La Toscana concentra alcuni dei distretti più rilevanti d’Europa, dal cuoio di Santa Croce all’abbigliamento di Prato, che rappresentano l’ossatura del cosiddetto Made in Tuscany. Qui operano migliaia di imprese, spesso subfornitrici dei grandi marchi del lusso globale, in un equilibrio delicato tra artigianalità e filiere internazionali. Ed è proprio questo modello a essere oggi sotto pressione. Secondo il rapporto 2025 della Camera Nazionale della Moda Italiana, il comparto dell’alta moda e del lusso ha continuato a crescere a livello globale, ma con dinamiche sempre più polarizzate: i grandi gruppi hanno consolidato margini e quote di mercato, mentre la filiera produttiva a monte ha subito contraccolpi legati a riduzione degli ordini, volatilità della domanda e riorganizzazione delle catene del valore. Il report Global Fashion Outlook 2025 di McKinsey & Company, realizzato insieme a Business of Fashion, evidenzia come il settore moda globale stia attraversando una fase di normalizzazione post-boom, con una crescita più lenta (tra il 2% e il 4%) e una forte selettività nei consumi. In questo contesto, i brand del lusso mantengono performance migliori rispetto al segmento medio, ma riducono la pressione sugli ordini verso i fornitori, privilegiando efficienza e controllo dei costi.

L'alta qualità artigianale soffre sempre di più

Per territori come la Toscana, ciò si traduce in una contraddizione evidente: mentre il lusso globale continua a generare valore, una parte significativa della filiera locale soffre. Da qui la richiesta politica, ribadita in commissione, di confermare e rafforzare gli ammortizzatori sociali e, soprattutto, di costruire un patto di sviluppo e coesione che coinvolga istituzioni, imprese e sindacati.

Un passaggio che richiama esperienze già viste in altri distretti europei, dove la risposta alla crisi è passata attraverso investimenti coordinati in innovazione, formazione e sostenibilità. Le parole chiave individuate. E cioè distretti, legalità, etica, sostenibilità e formazione, non sono casuali. Proprio questi fattori rappresentano oggi i principali driver di competitività per le filiere manifatturiere avanzate, in particolare nei settori ad alto valore simbolico come la moda. Il nodo resta quello della trasformazione: accompagnare un sistema produttivo frammentato verso modelli più resilienti, senza disperdere quel patrimonio di competenze che ha reso il Made in Tuscany un riferimento globale. La crisi, nei numeri, è già realtà. La risposta, nelle intenzioni, è appena all’inizio. 

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