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L'analisi

I maestri orafi sono sempre meno: chi salverà il gioiello Made in Italy? Storia di una follia del Beplaese e di un patrimonio culturale a rischio

Sempre più difficile trovare giovani pronti a lavorare nei laboratori. E come al solito politica e formazione sono in grave ritardo

Giuseppe Silvestri

11 Marzo 2026, 09:45

I maestri orafi sono sempre meno: chi salverà il gioiello Made in Italy? Storia di una follia del Beplaese e di un patrimonio culturale a rischio

Sempre meno giovani nei laboratori di oreficeria

Gli artigiani dell'oro sono sempre meno. E' una di quelle professioni che vede gli addetti diminuire. Molti vanno in pensione, pochi entrano. Un paradosso, visto l'andamento del prezzo del metallo prezioso in questa fase storica. La contraddizione è stridente: l'oro vale sempre di più, ma chi sapeva trasformarlo in arte sparisce. È la crisi silenziosa dell'oreficeria artigianale italiana. Un settore che il Corriere della Sera ha recentemente raccontato con precisione e che merita di essere riletto con la giusta prospettiva storica.

Le associazioni di categoria chiedono aiuto, la politica è in ritardo

Mestiere che invecchia
Il problema più urgente non è economico: è demografico. Gli artigiani orafi hanno i capelli bianchi e i giovani difficilmente bussano alle porte dei laboratori. Il lavoro richiede anni, pazienza, manualità fine e un investimento iniziale tutt'altro che trascurabile in attrezzature e materie prime. Le botteghe nate durante il boom degli anni Sessanta e Settanta — quando l'Italia era il primo produttore mondiale di gioielleria — oggi cercano successori e difficilmente li trovano.
A complicare il quadro c'è un sistema formativo che negli ultimi decenni ha progressivamente smantellato gli spazi dedicati ai mestieri manuali. Le scuole professionali e gli istituti d'arte che formavano orafi specializzati sono sempre meno. Il passaggio diretto bottega-apprendista, quel meccanismo antico che garantiva la trasmissione del sapere, si è interrotto. E quando si interrompe una catena del genere, non la si riannoda facilmente.

Il paradosso del metallo prezioso
La corsa dell'oro in Borsa non porta sollievo agli artigiani, anzi spesso li strangola. Il costo della materia prima pesa in modo determinante sulla produzione: tenere scorte diventa un lusso, realizzare pezzi complessi un rischio finanziario. E anche i consumatori si comportano diversamente: meno acquisti d'impulso, maggiore attenzione al budget, minor frequentazione delle botteghe, in particolare quelle di quartiere delle grandi città.

Nel frattempo, le grandi catene di gioielleria e la distribuzione organizzata hanno conquistato quote crescenti di mercato, puntando su prodotti standardizzati e prezzi accessibili. Il piccolo laboratorio, che vive di personalizzazione e lavoro su misura, fatica a competere in termini di scala e visibilità. La vendita online ha accentuato la polarizzazione: da un lato i grandi marchi del lusso, dall'altro una rete sempre più ridotta di realtà indipendenti.

Federorafi: "Stiamo perdendo competenze irripetibili"
Federorafi, la federazione che rappresenta l'industria orafa italiana, non usa giri di parole. L'Italia, spiega al Corriere della Sera, resta protagonista mondiale della gioielleria — con un giro d'affari nelle gioiellerie nazionali che supera i sei miliardi di euro l'anno — ma la rete di laboratori e negozi indipendenti si sta assottigliando in modo preoccupante. Le competenze artigianali che hanno reso riconoscibile il Made in Italy nel mondo rischiano di svanire. Il nodo più critico, secondo l'associazione, è sempre lo stesso: le aziende cercano personale qualificato e non lo trovano. Le scuole tecniche e professionali non riescono a intercettare il fabbisogno reale del settore, e molti giovani ignorano semplicemente le opportunità che l'oreficeria potrebbe offrire loro. Un corto circuito tra domanda e offerta di formazione che si trascina da anni.

A rischio un enorme patrimonio culturale

Il caso Rubinia e la memoria dei distretti
Roberto Ricci, fondatore e anima creativa di Rubinia — marchio lombardo di gioielleria artigianale con 350 punti vendita in Italia e circa 80 in Francia — conosce questa storia dall'interno e l'ha spiegata bene al Corsera. "Fino alla metà degli anni Ottanta l'Italia era il primo produttore al mondo di gioielleria", ricorda. I grandi distretti che hanno scritto questa storia sono nomi che suonano come un catalogo dell'eccellenza manifatturiera: Vicenza, Arezzo, Valenza, Napoli, Milano. Rubinia oggi conta 15 dipendenti diretti e genera indotto per circa 60 operatori attraverso laboratori a Milano e fuori città. Un sistema produttivo che funziona — il fatturato 2025 si attesta intorno ai quattro milioni di euro — ma che Ricci stesso definisce sotto pressione. 

Un libro per non dimenticare
Ricci ha scritto le sue riflessioni in un libro: "Rubinia – Storia di un gioiello. 40 anni di amore, arte, impresa", oltre trecento pagine pubblicate dall'editore Davide Falletta, disponibile in libreria e sulle principali piattaforme online. Non è un'autobiografia aziendale nel senso convenzionale del termine. È un tentativo di documentare, attraverso la storia di un marchio, l'evoluzione e la lenta erosione dell'artigianato orafo italiano. La tesi di fondo è che il futuro del settore passi dall'incontro tra tradizione e innovazione: la progettazione digitale e la stampa 3D come strumenti per affiancare, non sostituire, il lavoro manuale. L'unicità del pezzo artigianale come risposta alla standardizzazione industriale. Un equilibrio difficile, ma non impossibile. In particolare per gli ottimisti.


La copertina del libro

La posta in gioco
C'è qualcosa di paradossale e di profondamente italiano in questa vicenda. Un Paese che ha saputo trasformare un metallo in bellezza, che ha costruito distretti produttivi invidiati in tutto il mondo, che esporta gioielli come vettori di cultura oltre che di commercio, rischia oggi di perdere il filo che lega il presente a quella tradizione. Non per mancanza di domanda, non per crisi del prodotto, ma per assenza di mani che sappiano ancora fare. Le associazioni di categoria chiedono incentivi per i giovani artigiani, sostegno alla formazione professionale, programmi che favoriscano il passaggio intergenerazionale delle competenze. Sono richieste ragionevoli, quasi ovvie, mentre come sempre la politica è in ritardo. La domanda vera è se nuove forze arriveranno in tempo, prima che l'ultimo orafo spenga la luce e chiuda la porta del laboratorio per sempre.

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