Arezzo
La tomba di Alberto Pignatelli e Pierangelo Ceccherini
Custodire la memoria non significa solo conservare trofei o fotografie d’epoca. A volte vuol dire andare fisicamente incontro alla storia, nei luoghi del silenzio, i cimiteri, per restituire voce e riconoscenza a chi ha difeso i colori dell'Arezzo: ex calciatori, dirigenti, massaggiatori. È da questo principio che nasce l’iniziativa del Museo Amaranto: un progetto di memoria e rispetto che rende omaggio ai protagonisti del passato dell’Arezzo. Un’iniziativa resa possibile dall’impegno diretto di Pierangelo Ceccherini, appassionato dei colori amaranto, membro del Museo e collezionista di cimeli legati alla storia del Cavallino.
- Come nasce questa iniziativa?
Tutto è iniziato lo scorso anno. Ogni sabato vado al cimitero dell’Olmo a trovare mio padre e mia madre. Da tempo avevo notato che vicino alla tomba di mio babbo c’era quella di Innocente Meroi, uno dei calciatori più importanti della storia Arezzo. E girando per il cimitero avevo notato anche Vascotto, che aveva giocato in amaranto negli anni ’60 ed era stato allenatore delle giovanili.
- Da lì è scattata la scintilla?
Sì. Mi sono detto che quelle persone avevano passato la vita con la maglia amaranto, erano state seguite, amate, eppure col tempo rischiavano di essere dimenticate. Ho iniziato a fare ricerche sui giocatori tumulati ad Arezzo e in provincia, ho messo giù una lista e ho iniziato a contattare i familiari.
- In cosa consiste concretamente il progetto?
Andare a visitare le tombe con un fiore e una foto di quel calciatore quando indossava la maglia dell’Arezzo, timbrata dal logo del Museo Amaranto. In alcuni casi i familiari hanno scelto la cremazione: anche lì abbiamo consegnato la foto, che è stata conservata a fianco delle teche con le ceneri. All’inizio ero titubante, perché si parla di affetti profondi, ma il consenso delle famiglie è stato fondamentale.
- Che riscontro ha avuto dalle famiglie?
Tanti attestati di stima. Prima di partire ho sempre fatto una telefonata, spiegando bene la situazione. Non c’è stata una sola famiglia che mi abbia detto di no. Anzi. Anche loro sentivano il bisogno di ricordare. Il fratello di Meroi, che abita a Udine, non fa altro che ringraziarmi.
- Quante sono ad oggi le tombe seguite?
Al momento 29, tra Arezzo e provincia.
- Tra queste c’è quella di una figura particolarmente simbolica per la storia amaranto.
Sì, Alberto Pignattelli. È ricordato in uno spazio del cimitero di Arezzo, in un vero e proprio monumento marmoreo con la dedica di Giuseppe Meazza. Per la storia dell’Arezzo è fondamentale: uno dei fondatori dell’Us Arezzo, poi giocatore e allenatore dopo il 1937.
- Quando ha deciso, insieme al Museo, di rendere pubblica l’iniziativa?
All’inizio non volevo promuoverla. Poi, parlando con gli amici del Museo Amaranto e con dei tifosi, erano tutti concordi che andava raccontata. Riportava alla mente squadre, periodi, storie che qualcuno aveva dimenticato. Così abbiamo iniziato a pubblicare le immagini sui profili social del Museo Amaranto. Non è un’iniziativa fine a sé stessa. In queste tombe bisogna tornare. Quelle al coperto resistono meglio, ma quelle all’esterno con l’inverno e le intemperie si rovinano, anche se le foto sono ben sigillate. Io continuo a girare, cambio le foto, porto i fiori. In futuro cercheremo soluzioni migliori.
- Un momento simbolico recente?
Durante le festività natalizie ci siamo presi l’impegno di tornare a visitare tutte le tombe, portando un fiore e una foto aggiornata. È un pensiero giusto per omaggiare chi ha dato tanto alla maglia amaranto.
A suggellare l’iniziativa, le parole del Museo Amaranto: “Il Museo Amaranto, custode della storia e della passione calcistica aretina, ringrazia l’amico Pierangelo Ceccherini per l’impegno profuso nel cercare di mantenere vivo il ricordo di vere e proprie bandiere dell’Arezzo Calcio nel senso della tradizione e della gloria della maglia amaranto”.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy