Il caso
I lupi rischiano di essere declassati da specie rigorosamente protetta a protetta
Il 17 febbraio il Senato voterà sul destino del lupo in Italia. Lo farà discutendo, nell’ambito della legge di delegazione europea, il passaggio della specie da rigorosamente protetta a protetta. Una differenza che sulla carta può sembrare tecnica, ma che nella pratica rischia di aprire una stagione nuova, fatta di deroghe, abbattimenti selettivi e conflitti irrisolti tra tutela ambientale e interessi locali. La scelta arriva in un vuoto che non è politico, ma scientifico. A riconoscerlo non sono soltanto le associazioni ambientaliste. È lo stesso Governo. Il sottosegretario Claudio Barbaro, in una recente intervista, ha ammesso senza giri di parole: "Non esiste una stima aggiornata sull’intero territorio nazionale della popolazione di lupi. L’ultima valutazione risale al 2021 ed è basata su modelli statistici, quindi su dati stimati, non censimenti reali".
Il Senato si prepara a modificare lo status di tutela di una specie simbolo della biodiversità italiana senza sapere con precisione quanti individui esistano davvero, dove vivano, in che condizioni genetiche si trovino e se la popolazione sia realmente stabile. È su questo punto che si concentra la protesta dell’Enpa e delle principali associazioni ambientaliste e animaliste. Durante la conferenza stampa del 5 febbraio, hanno ribadito un concetto semplice: senza una base scientifica solida, ogni decisione rischia di essere arbitraria. Non ideologica, non tecnica, ma pericolosamente approssimativa. Secondo le organizzazioni, il declassamento non è imposto da alcun obbligo normativo europeo. Al contrario, l’Italia resta vincolata al principio dello “stato di conservazione favorevole”, che deve essere dimostrato con dati certi. E oggi, quei dati non ci sono.
Secondo le stime ogni anno il bracconaggio provoca oltre 300 uccisioni illegali. A questo, spiegano le associazioni, si aggiungono incidenti stradali, avvelenamenti, conflitti con l’allevamento estensivo. Una pressione costante che rende fragile l’equilibrio della specie, soprattutto nelle aree più antropizzate. Ma il dato forse più inquietante arriva dalla ricerca scientifica. Enpa in una nota spiega che uno studio condotto dagli Istituti zooprofilattici sperimentali del Lazio e Toscana e dell’Umbria e Marche insieme all’Università La Sapienza di Roma, pubblicato sulla rivista Biological Conservation, ha analizzato il dna di 774 lupi trovati morti. Il risultato è stato netto: il 46,7% presenta segni di ibridazione con cani domestici. Quasi un esemplare su due. Un numero che ridimensiona drasticamente l’idea di una popolazione forte e geneticamente integra. E che, secondo l’Enpa, rafforza l’urgenza di una tutela rigorosa, non il contrario. Perché una specie sotto pressione genetica, esposta al bracconaggio e frammentata sul territorio è, per definizione, vulnerabile.
La politica coinvolta nella scrittura del destino del lupo
Accanto al nodo scientifico, c’è poi quello politico-istituzionale. La Regione Campania ha già espresso la propria contrarietà al declassamento. Anche all’interno della maggioranza del governo nazionale sono emersi dubbi. Ma il vero terreno di scontro riguarda il ruolo delle Regioni nella gestione del conflitto tra lupo e allevamento. Roma ha riconosciuto la necessità di intervenire sul randagismo canino e di rafforzare le misure preventive contro le predazioni. Tuttavia, resta aperta una domanda fondamentale: quanto è stato realmente fatto? Annamaria Procacci, rappresentante Enpa nel Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale, ha chiesto un’azione di coordinamento e verifica. Servono dati su quali politiche siano state adottate, su quante recinzioni elettrificate siano state installate, su quanti cani da guardiania siano stati finanziati, su come siano stati spesi i fondi europei destinati alla prevenzione.
Perché è qui che si gioca la partita vera. Quando la prevenzione funziona, i danni diminuiscono. Quando non viene applicata, i danni crescono e diventano il motivo per invocare gli abbattimenti. Eppure, in molte realtà italiane, la convivenza è già una pratica concreta. Allevatori che utilizzano sistemi di protezione, che collaborano con i parchi, che riducono drasticamente le perdite. Esperienze che dimostrano come il conflitto non sia inevitabile, ma gestibile. Per questo l’Enpa chiede oggi una moratoria politica prima ancora che ambientale. Sospendere il declassamento. Avviare monitoraggi nazionali indipendenti. Rendere pubblici i dati. Costruire una mappa reale della specie. E solo dopo, eventualmente, discutere di nuove regole.
Decidere prima significa rovesciare il metodo. Significa partire dalla pressione politica invece che dall’evidenza scientifica. Significa trasformare una questione ecologica in una scorciatoia amministrativa. Significa, soprattutto, assumersi il rischio di una scelta irreversibile. Il lupo non è solo un animale protetto. È un indicatore dello stato degli ecosistemi, della capacità di un Paese di governare i conflitti ambientali senza semplificazioni brutali. È un test di maturità istituzionale. E non è mai il caso di affidarsi all'improvvisazione.
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