Il convegno
La nuova sfida delle gioiellerie
La seconda giornata di Oroarezzo 2026, il salone internazionale organizzato da Ieg ad Arezzo Fiere e Congressi, si è rivelata ricca di spunti e appuntamenti di rilievo per l’intero comparto orafo. Al centro della mattinata di ieri, un retail talk promosso da Federpreziosi Confcommercio ha offerto una fotografia puntuale del settore gioielliero italiano, tracciandone i contorni economici e strutturali.
Il settore in cifre
Secondo l’Osservatorio di Federpreziosi, le gioiellerie attive in Italia ammontano oggi a 11.842, per un fatturato nazionale 2025 che supera i 7,4 miliardi di euro. In questo quadro, la Toscana si ritaglia uno spazio significativo: con 723 esercizi, pari al 6% del totale italiano, la regione genera circa 408,5 milioni di euro, il 5,5% del giro d’affari complessivo del Paese. La stragrande maggioranza di queste realtà è costituita da microimprese (687 su 723), a conferma di una struttura produttiva frammentata ma radicata nel territorio. Arezzo, in particolare, concentra il 10% delle gioiellerie toscane, confermandosi polo di riferimento per la manifattura orafa nazionale. I punti vendita a livello nazionale continuano a diminuire. Il dato aggiornato ad aprile 2026 conferma una contrazione significativa: rispetto al 2024 si registra uno scostamento di 782 gioiellerie, equivalente a circa 65 punti vendita in meno al mese, due al giorno. Come muoversi per il futuro? La gioielleria del domani non dovrà limitarsi solo alla vendita del prodotto, ma trasformarsi in uno spazio capace di generare relazione, emozione e significato.
Il dibattito
Moderato da Steven Tranquilli, direttore di Federpreziosi, il forum ha visto la partecipazione di Stefano Andreis e Vincenzo Aucella, presidente e vice presidente vicario dell’associazione, insieme a Elena Spanò e Samuele Dini, rispettivamente presidente e vice presidente di Federpreziosi Confcommercio Firenze-Arezzo. Il filo comune che ha attraversato tutti gli interventi è chiaro: il settore non è in declino, ma in piena ridefinizione. Il consumatore non ha smesso di desiderare il gioiello, chiede però che torni a parlare alla sua identità e al suo modo di vivere il valore. La sfida, quindi, non è soltanto commerciale: è culturale. Stefano Andreis ha indicato con precisione le priorità del comparto. “Qualità del prodotto e storicità dell’insegna restano importanti, ma oggi da sole non bastano”, ha detto. Il cliente è più informato, esigente e meno fedele, ma continua a cercare riferimenti affidabili. Da qui l'invito a non rimandare le scelte strategiche su formazione, digitale e passaggio generazionale: “La gioielleria non è un mestiere superato, ma un mestiere da interpretare in modo nuovo”.
Le gioiellerie chiamate a cambiare
Vincenzo Aucella ha portato l’esempio concreto della personalizzazione applicata al cammeo, prodotto tradizionale di Torre del Greco riletto per intercettare le nuove generazioni. “Dialoghiamo direttamente con i punti vendita, senza intermediari”, ha spiegato, sottolineando come la condivisione dei dati tra produttori e dettaglianti sia oggi una leva fondamentale per orientare produzione e comunicazione. Elena Spanò ha insistito sulla necessità di un vero cambio culturale nella comunicazione: “Non significa fare pubblicità, ma rendere visibile il valore che già esiste”. La reputazione costruita negli anni va alimentata con strumenti nuovi, con la stessa cura con cui si allestisce una vetrina. Samuele Dini, da artigiano e dettagliante, ha ricordato che il punto di forza della gioielleria indipendente resta la capacità di raccontare l’oggetto dall’interno: “Lo realizziamo direttamente, ne conosciamo ogni dettaglio. È un patrimonio che il cliente ancora riconosce e apprezza”.
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